White riot, a riot of my own"
White Riot
Peccatori, scendete dalle barricate per un
istante, accendete le radio clandestine e prestate ascolto. Se il Rock 'n' Roll
è la nostra croce, questo disco è il momento esatto in cui la croce viene usata
come un ariete per sfondare le vetrate di un mondo che ci voleva muti,
rassegnati e in fila per un sussidio di disoccupazione. Mentre i Sex Pistols firmavano contratti davanti a
Buckingham Palace sfasciando le vetrine per la gioia dei rotocalchi, Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon
e Terry Chimes stavano occupando i
Whitfield Street Studios per lanciare la prima vera offensiva armata della working class. Questo vinile non vi
chiede di ballare, vi chiede di schierarvi: è una dichiarazione di ostilità
allo Stato che scuote le fondamenta di una nazione in rovina.
I Clash
cercano la destabilizzazione del sistema attraverso un attacco frontale alle
istituzioni: l'ufficio di collocamento, la prigionia dei quartieri dormitorio,
il razzismo della polizia metropolitana. Mick Jones spara riff che sono raffiche
di mitra, mentre il basso di Simonon picchia con la violenza di un idrante
della polizia durante uno sgombero. La voce di Joe Strummer è il megafono di un
agitatore, un grido che non cerca di essere intonato, ma solo disperatamente
vero. La geopolitica dell'album mappa il disastro: non la disperazione
astratta, ma i blindati sul retro della via, il colonialismo culturale
americano e il grigiore televisivo che lobotomizza le masse.
L’avanzata
inizia con l’assalto di "Janie Jones", il ritratto spietato di
un operaio qualunque schiacciato tra il lavoro che odia e il desiderio di una
fuga impossibile. In "White Riot"
il disco trova la sua miccia definitiva: non un inno all'odio razziale, come
qualche imbecille ha finto di credere, ma una chiamata alle armi per i giovani
bianchi affinché trovino il coraggio di ribellarsi alle proprie catene con la
stessa forza dei loro fratelli neri. Quando parte la cover reggae di "Police & Thieves" di Junior
Murvin, i Clash compiono il vero miracolo eretico: abbattono i confini del punk
bianco, iniettano il ritmo della rivolta giamaicana nel cuore di Londra e
dimostrano che la resistenza alle camionette della polizia parla la stessa
identica lingua a Kingston come a Brixton. E il culmine del fuoco arriva con la
ferocia di "I'm So Bored with the
USA" e la spietata lucidità di "London's Burning", cartoline brucianti di una capitale
paralizzata dal traffico e dall'isolamento culturale.
I Clash in questo 1977 sono la "Last
Gang in Town", l'ultima banda pronta a morire per un'idea. Non ci sono
pose da rockstar o compiacimenti nichilisti qui, solo ragazzi che hanno capito
che il futuro non è scritto da nessuna parte e che bisogna andare a
prenderselo, una nota stonata alla volta.
Il Verdetto: Il manuale definitivo della rivolta a mano armata. Il disco che ha trasformato l'onestà in una bomba a mano e la rabbia in un dovere sociale. Se quando parte il rullante di "Career Opportunities" non sentite il bisogno di scendere in piazza e urlare la verità contro ogni autorità, allora avete già firmato la vostra resa al nemico. Cinque stelle di fumo, rabbia operaia e speranza di riscatto. Amen.






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