We can hitch a ride to Rockaway Beach”
Rockaway Beach
Fratelli
del muretto, balordi da sala giochi e fuggiaschi della scuola dell'obbligo:
gettate via i dizionari e i manuali di filosofia. Oggi non servono trattati di
sociologia, giri di parole o complicazioni mentali. Siamo nel novembre del 1977
e i Ramones entrano ai Mediasound
Studios di New York per registrare il loro terzo, definitivo capolavoro. Se il
Rock 'n' Roll è la nostra religione, allora Rocket to Russia è il Vangelo definitivo: l'ordigno
perfetto dove la violenza della strada incontra finalmente la grazia della
melodia più pura.
Dimenticate i fighetti della New Wave e chiunque
cerchi di rendere la musica noiosa. I quattro
finti fratellini in chiodo di pelle e jeans strappati hanno capito il segreto
dell'universo: tutto quello che serve è un riff di tre accordi, un battito
cardiaco dopato al limite del collasso e la voglia di urlare al sistema che
essere un "cretino" è il privilegio più grande che ci sia. I Ramones
non spiegano il mondo, lo prendono a calci con un'idiozia geniale che demolisce
ogni sovrastruttura borghese.
Questo album non è un piagnisteo esistenziale: è una mazzata
da baseball in pieno petto che fa sembrare tutto il resto pretenzioso e
superato. Qui non ci sono sfumature, non ci sono pause, non c'è spazio per
respirare. Johnny Ramone martella la
sua Mosrite rifiutando la masturbazione degli assoli. Sopra questo frastuono
celestiale, la voce di Joey si alza
come quella di un angelo che ha passato troppe notti nei vicoli di New York,
regalandoci canzoni che sono proiettili di puro piacere pop, concepite per far
sanguinare le orecchie e guarire l'anima. Lui non canta la disperazione
intellettuale, ma le fobie da marciapiede, i polmoni intasati e la voglia di
fuggire da una realtà opprimente attraverso il collasso sonoro.
Ogni traccia è una scossa di adrenalina. Ascoltate "Cretin Hop": è l’inno
generazionale istantaneo di chi non ha mai avuto un posto a tavola e ora si
prende l'intero banchetto. Tuffatevi tra le onde di "Rockaway Beach": qui il mito della
California dei Beach Boys viene preso a sprangate; il mare è sporco e la sabbia
scotta, ma non importa, perché quel ritmo martellante vi solleva di peso dall'asfalto
rovente di Manhattan. Con "Sheena
Is a Punk Rocker", fratelli, si compie la magia: il rumore diventa
bellezza, la strada si fa poesia e il punk smette di essere solo rabbia per
diventare la colonna sonora della nostra libertà.
Quando arrivano le cover di "Do You Wanna Dance?" o "Surfin' Bird", il saccheggio della memoria collettiva è completo: prendono la spensieratezza dei vecchi classici e la frullano a una velocità folle, iniettandovi un nichilismo ironico e demenziale. E il culmine del cinismo arriva con la ferocia di "We're a Happy Family", un ritratto spietato e grottesco della famiglia americana media, sezionata tra psicofarmaci, droga e perversioni domestiche.
I Ramones hanno ripulito il rock 'n' roll
da anni di assoli stucchevoli riportandolo alla sua essenza: energia, divertimento e
una velocità che ti toglie il fiato.
Il Verdetto: La perfezione assoluta racchiusa in pillole da due
minuti. È il disco che dimostra che non serve essere complicati per essere
immortali. Se riuscite a sottoporvi a questo assalto di trenta minuti senza
sentire il bisogno di correre, spaccare una sedia o muovere freneticamente il
piede gridando "Gabba Gabba Hey"
fino a perdere la voce, allora il vostro sistema nervoso è già fuori uso. Cinque
stelle di brillantina, cuoio nero e pura, fragorosa gioia. Amen.







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