On the run to the outside of everything
Shot by both sides
They must have come to a secret understanding”
Shot by Both Sides
Figli del dubbio, esteti del fallimento lucido: benvenuti nel salotto buono
della decadenza. Oggi si
entra nel tempio dell'intelligenza applicata al rumore. Real Life è l’anno zero del post-punk, il punto esatto in cui la rabbia si trasforma
in nevrosi intellettuale. Howard Devoto,
il dandy della paranoia, il filosofo del disincanto, ci accoglie nel suo
labirinto di specchi per spiegarci che la realtà non è altro che una recita mal
riuscita, e che l'unico modo per sopravvivere è indossare la maschera più
elegante.
Abbandonare i Buzzcocks
dopo aver inventato il punk mancuniano non è stato un tradimento, fratelli, è
stato un atto di fede verso il futuro. Devoto ha capito prima degli altri che
tre accordi non bastavano più a spiegare il vuoto che avevamo dentro. Ha preso
il nichilismo e l'ha trasformato in poesia decadente, ha preso la rabbia e l'ha
vestita di seta e velluto.
Sin
dall’incipit di "Definitive Gaze",
la sensazione è quella di essere pedinati in un vicolo di una Berlino mai
esistita: la chitarra di John
McGeoch non accompagna, traccia perimetri di isolamento con ricami vitrei e maligni, mentre i sintetizzatori di Dave Formula,
con quel tocco di mitteleuropa malata, disegnano architetture
cinematografiche per film espressionisti mai girati. È
un rock cerebrale, che ha letto Kafka, che preferisce il dubbio alla certezza, la
tensione alla catarsi e che non ha paura di sembrare pretenzioso.
Ma è quando parte "Shot by Both Sides" che la tragedia
dell'individuo moderno si fa musica divina. Quel riff (gentilmente concesso
dall'amico Pete Shelley) è un monumento all’alienazione, un proiettile
d'argento che colpisce al cuore chiunque abbia mai sentito il peso di
un'identità troppo stretta. È l’inno di chi ha capito che non ci sono
fazioni in cui schierarsi, ma solo una lucida e disperata individualità da
difendere. La sezione ritmica di Barry
Adamson e John Doyle
costruisce una struttura elastica e implacabile, un battito sincopato che
sostiene le elucubrazioni di Devoto mentre declama il suo sentirsi straniero in
ogni patria e in ogni emozione.
"The Light Pours
Out Of Me" è un rock solenne, ipnotico, un mantra di alienazione
che guarda ai Roxy Music, mentre "Parade" è una marcia
funebre per le nostre ambizioni, con un pianoforte che sembra piangere sulle
macerie dei nostri sogni adolescenziali. Devoto
canta come un attore di teatro che ha dimenticato il copione ma conosce
perfettamente la tragedia. I suoi testi sono lame: caustici, sarcastici,
intelligenti fino a far male. È l’alienazione urbana raccontata da un filosofo
che ha deciso di vendere l’anima al diavolo del Rock 'n' Roll.
In questo album c’è
tutto: il glam che si sporca le mani, il pop che diventa colto e il punk che
finalmente impara a pensare. I Magazine sono stati il ponte tra il passato che
bruciava e il futuro che gelava.
Il Verdetto: Un pilastro assoluto. Un disco che ha dato un cervello al Post-Punk senza togliergli il cuore. Se non vi sentite almeno un po' più soli (e un po' più fieri della vostra solitudine) dopo aver ascoltato questo disco, siete destinati a restare spettatori di una vita che non vi appartiene. Quattro maschere di porcellana scheggiate e un applauso nel buio. Amen.





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