Fratelli del disagio
cronico, peccatori dal colletto inamidato: aprite le cartelle cliniche. Se
pensavate che per essere "punk" servisse per forza sbraitare contro
la Regina o vomitare sui fan, oggi la vostra chiesa viene invasa da un manipolo
di laureati che non hanno tempo per queste puerilità. Mentre tutti gli altri
sputavano sangue e distorcevano le chitarre per sembrare pericolosi, i Talking Heads salivano sul palco del CBGB come
un'équipe di scienziati in visita a un manicomio.
Qui siamo di fronte alla
prima liturgia della nevrosi urbana elevata ad arte. Ma non fatevi ingannare
dalle polo di Chris Frantz o dalla
bellezza algida di Tina Weymouth: questa
è musica pericolosa, fratelli. Il loro debutto non è un rassicurante saggio di
pop intellettuale, è un esperimento di ingegneria comportamentale travestito da
funky. David Byrne entra in scena
con l’aria di chi ha appena visto un fantasma in un supermercato e non sa se
chiamare la polizia o scriverci una tesi di laurea. La sua voce è un miracolo
di contrazioni, piccoli spasmi e sussurri. È il perfetto ritratto di un sociopatico di buona
famiglia a un passo dal crollo mentale, un alieno che imita le emozioni umane
senza riuscire a provarle.
L'ascolto
procede per piccoli, perversi traumi. L'inizio di "Uh-Oh, Love Comes to
Town" è un'allucinazione ingannevole, un motivetto caraibico che
simula una spensieratezza che la band ha palesemente bandito dal proprio DNA, mentre
la chitarra di Jerry Harrison (un apostolo del suono moderno, sia
benedetto) ricama geometrie che farebbero impazzire un architetto. In "Don't
Worry About the Government" il delirio diventa politico e sinistro: Byrne
esalta la burocrazia statale e il design dei palazzoni urbani con la voce atona
e distaccata di un lobotomizzato felice.
E poi, naturalmente, c'è
il manifesto assoluto: "Psycho Killer". Tina Weymouth
martella quel giro di basso che è la base di ogni nostra ossessione presente, mentre Byrne traduce in musica la psicosi collettiva nei giorni del Figlio di Sam.
Passa all'inglese, poi al francese, perdendo gradualmente il controllo
della sintassi per dare voce ai pensieri geometrici di un assassino gentile,
quello che ti saluta sul pianerottolo prima di... beh, lo sapete.
Questo disco non è
"sporco", è asettico. È così pulito che fa male. Tony Bongiovi ci ha
messo sopra una vernice lucida che rende tutto ancora più inquietante, come una
sala operatoria dove si balla la disco music. È il manifesto della New
Wave prima ancora che i critici sapessero come chiamarla.
Il Verdetto: La consacrazione del Rock intellettuale. Il disco che ha reso la normalità spaventosa e la schizofrenia un dovere civico. Se non sentite il bisogno di riorganizzare compulsivamente la vostra collezione di dischi e iniziare a sospettare dei vostri vicini di casa ogni volta che parte il coro di "Psycho Killer", allora siete troppo normali per questa congregazione. Quattro tic nervosi e una prescrizione medica per l'inferno. Amen.







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