He'd like to come and meet us
But he thinks he'd blow our minds”
Starman
Peccatori, amanti del glitter e della polvere di stelle: oggi non ci sono preghiere da recitare, solo inni da cantare a squarciagola sotto un lampione di Heddon Street. Se il 1972 doveva essere l’anno in cui il rock si guardava allo specchio cercando una via d’uscita dalle scorie del passato, David Bowie ha fatto di meglio: ha rotto lo specchio e ne ha usato i frammenti per truccarsi gli occhi.
Ziggy Stardust non è un un semplice album di plastica e cartone; è la genesi di un nuovo culto.
Dimenticate la timidezza di Hunky Dory. Il sipario si alza su un pianeta morente. "Five Years" prima della fine, ci urla David disperato e magnifico. Ma mentre la ruggine della vecchia società si posa su di noi, ecco che arriva Lui. Bowie si spoglia della sua umanità per farsi Ziggy, la creatura androgina che ci promette la salvezza mentre consuma se stessa sotto le luci dei riflettori. È venuto a salvarci dalla noia con una chitarra elettrica in mano e il carisma di un messia caduto sulla Terra con i capelli rosso fuoco e gli stivali alti fino al cielo.
Ma un dio non è nulla senza i suoi apostoli, e qui entrano in scena gli Spiders from Mars. Sentite Mick Ronson: la sua Gibson Les Paul non suona, lacera. È lui il vero architetto di questa stazione elettrica, capace di passare dalla carezza acustica di "Lady Stardust" all'assalto frontale di "Moonage Daydream". Se Bowie è la mente, Ronson è il muscolo e il sangue che scorre nelle vene di questo capolavoro.
Ogni traccia è una stazione della Via Crucis glam. "Starman" è la visione che ci ha redenti, "Hang On to Yourself" è il ritmo che ci ha fatto tremare le ginocchia, e "Ziggy Stardust" è l'elogio funebre di un idolo che ha osato troppo. Fino al gran finale di "Rock 'n' Roll Suicide", il momento del sacrificio. Quando Bowie grida "You’re not alone, gimme your hands!", non sta solo cantando. Ci sta dicendo che non siamo soli nella nostra diversità, che il palcoscenico è l'unico altare rimasto in piedi.
Bowie ha ucciso Ziggy per non morirne, lasciandoci orfani ma liberi. Ha consumato il suo personaggio in un incendio di gloria prima che la routine lo rendesse un reperto da museo.
Il Verdetto: Il disco perfetto. Un'opera che ha inventato il
futuro mentre ci raccontava la fine del mondo. Se non possedete questo totem
nel vostro santuario personale, siete ancora prigionieri del grigiore.
Infilatevi una tuta attillata, alzate il volume e preparatevi a volare via col
navigatore spaziale. Cinque stelle cadenti proprio sopra Londra. Amen.






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