He'd like to come and meet us
But he thinks he'd blow our minds”
Starman
Peccatori, oggi non ci sono preghiere da recitare,
solo inni da cantare a squarciagola sotto un lampione di Heddon Street.
Dimenticate la pace e l'amore dei figli dei fiori: il 1972 è l'anno in cui il
rock ha smesso di guardarsi l’ombelico e ha iniziato a guardare le stelle,
scoprendo che lassù c’era qualcuno con le zeppe ai piedi e il volto dipinto di
lampi.
Ziggy Stardust non è un album; è la genesi di un nuovo culto.
Il sipario si alza su un pianeta morente. Cinque anni
alla fine, ci urla un Bowie disperato e magnifico. Ma mentre la polvere della
vecchia società si posa su di noi, ecco che arriva Lui. Ziggy è il Sacerdote
dell’ambiguità, l’alieno che ci insegna che si può essere tutto e il contrario
di tutto. È venuto a salvarci dalla noia con una chitarra elettrica in mano e
il carisma di un dio pagano caduto dal cielo.
Ma attenzione, fratelli: questa non è un'operetta
teatrale per palati fini. Questo è Rock 'n' Roll che puzza di asfalto e
glitter. Sotto i costumi di seta batte il cuore dei Ragni di Marte.
Sentite Mick Ronson: la sua Gibson Les Paul non suona, morde. È lui il vero
architetto di questa cattedrale elettrica, capace di passare dalla carezza
acustica di "Lady Stardust" all'assalto frontale di "Moonage
Daydream". Se Bowie è la mente, Ronson è il muscolo e il sangue che
scorre nelle vene di questo capolavoro.
Ogni traccia è una stazione della Via Crucis glam. "Starman"
è la visione che ci ha redenti, "Hang On to Yourself" è il
ritmo che ci ha fatto tremare le ginocchia, e "Ziggy Stardust"
è l'elogio funebre di un idolo che ha osato troppo. Fino ad arrivare a "Rock
'n' Roll Suicide", il momento del sacrificio. Quando Bowie grida
"Gimme your hands!", non sta solo cantando: sta officiando un
sacramento. Ci sta dicendo che non siamo soli nella nostra diversità, che il
palcoscenico è l'unico altare rimasto in piedi.
Bowie ha ucciso Ziggy per non morirne, lasciandoci
orfani ma liberi. Ha consumato il suo personaggio in un incendio di gloria
prima che la routine lo rendesse un reperto da museo.
Il Verdetto: Il disco perfetto. Un'opera che ha inventato il
futuro mentre ci raccontava la fine del mondo. Se non possedete questo totem
nel vostro santuario personale, siete ancora prigionieri del grigiore.
Infilatevi una tuta attillata, alzate il volume e preparatevi a volare via col
navigatore spaziale. Cinque stelle cadenti proprio sopra Londra. Amen.






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