In the flat field”
In the Flat Field
Fratelli della notte perpetua, peccatori avvolti nel velluto nero e nel pallore del marmo: riponete i vostri crocifissi. Nel 1980, mentre il mondo si preparava
all'edonismo fluo del nuovo decennio, quattro becchini di Northampton decidevano che
il futuro sarebbe stato una pellicola espressionista, come una vecchia foto di famiglia
scattata in un cimitero monumentale.
Con In the Flat Field le luci si spengono definitivamente e il rock si fa teatro d'ombre, rito celebrazione dell'estetica del decadimento. Questo è il vangelo sconsacrato del gotico, il manifesto di chi ha deciso di abitare il buio.
Se i Joy Division erano il dolore che si consuma nel
silenzio di una stanza vuota, i Bauhaus sono il dolore che sale sul
palcoscenico, si trucca gli occhi e urla in faccia alla morte. Peter Murphy non
canta, fratelli; lui predica. È una creatura teatrale nata dall'unione blasfema tra
Ziggy Stardust e il Conte Dracula, capace di passare da un recitato distaccato e gelido a un grido che squarcia il cielo.
L'inizio con la claustrofobia geometrica di "Double Dare" è un avvertimento: quel basso di David J scava una fossa profonda e fangosa, la chitarra di Daniel Ash stride come unghie su una lavagna d'acciaio, mentre la batteria di Kevin Haskins batte un tempo che sa di patibolo. Non c'è melodia che tenga qui, c’è solo la reiterazione ossessiva di un incubo lucido. È il minimalismo della scuola Bauhaus applicato alla disperazione post-industriale.
Nella traccia titolo, la voce di Murphy si arrampica sulle pareti dell'isteria, muovendosi tra il rantolo e il declamato. È il preludio al voyeurismo paranoico di "Spy in the Cab", guidata da un sintetizzatore che riproduce il battito di un cuore sotto sorveglianza, prima di precipitare nell'assalto febbrile di "A God in an Alcove" e nella perversione strisciante di "Stigmata Martyr". Qui il rito tocca l'apice della blasfemia: un baccanale tribale, ossessivo, che vi costringe a muovere il corpo mentre Murphy invoca ferite che non guariranno mai.
Il finale è affidato a "Nerves". Sette minuti di tensione elettrica che sale, sale, fino a
farti esplodere i nervi, appunto. È la colonna sonora di un crollo mentale
celebrata con la solennità di una messa da requiem.
Il Verdetto: Questo è il Big Bang del Goth. Un disco spigoloso, arrogantemente teatrale e terribilmente affascinante. Se non sentite il bisogno di vestirvi di nero e fissare il vuoto ogni volta che parte il riff di In The Flat Field, la vostra anima è troppo solare per essere salvata. Cinque candele nere consumate e un sudario di velluto. Amen.





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