WIRE - 154 (1979)

WIRE (1976 – London, Greater London, UK) 
154 LP (Harvest UK/Warner Bros. US) ✯✯✯✯✯
23 Settembre 1979 (#39 UK) 

Genere: Post-Punk Art Punk 

Lato A 
1.I Should Have Know Better 3:51 * 
2.Two People in a Room 2:08 * 
3.The 15th 3:03 
4.The Other Window 2:07 * 
5.Single K.O. 2:22 
6.A Touching Display 6:54 * 
7.On Returning 2:04 * 

Lato B 
8.A Mutual Friend 4:26 
9.Blessed State 3:28 * 
10.Once Is Enough 3:22 
11.Map Ref. 41°N 93°W 3:36 
12.Indirect Enquiries 3:33 
13.40 Versions 3:27 * 

FORMAZIONE
Colin Newman: voce, chitarra, cori
Bruce Gilbert: chitarra, spoken word (4) 
Graham Lewis: basso, voce, cori, percussioni
Robert Gotobed: batteria, percussioni

Collaboratori
Hilly Kristal: voce (8) 
Kate Lukas: flauto
Tim Souster: viola elettrica (6) 
Mike Thorne: tastiera, synth 
Joan Whiting: corno inglese (8) 

Produzione: Mike Thorne 
Registrazione: Advision Studios (Londra, UK)
Grafica: Dave Dragon | Bruce Gilbert | Graham Lewis 
Durata: 44.41 

DISCOGRAFIA (1977-81) 
Pink Flag (Harvest, 1977) * 
Chairs Missing (Harvest, 1978) * 
154 (Harvest, 1979) * 
Document And Eyewitness 2LP [live] (Rough Trade, 1981) 

"Map ref. 41°N 93°W... Curving corners, objective scenery."
Map Ref 41°N 93°W

C’è un momento esatto in cui l’incendio del ’77 smette di divampare per trasformarsi in un freddo, abbacinante raggio laser. Quel raggio porta il nome dei Wire. Mentre i loro contemporanei si affannavano a sputare bile e sudore sui palchi lerci di Londra, Newman, Gilbert, Lewis e Gotobed si chiudevano in un laboratorio asettico per sezionare il cadavere del Rock’n’Roll e riassemblarlo secondo leggi che solo loro conoscevano.

154 non è un album: è un bunker di ghiaccio scavato nel bel mezzo di un deserto post-industriale. Il titolo, arido come un numero di matricola, indica i passi fatti fino a quel punto (154 concerti), ma la musica contenuta tra quei solchi ci porta avanti di secoli. Se l’esordio era stato un proiettile di pura foga punk, qui la materia sonora viene sublimata, trasfigurata, spinta verso un’astrazione che non concede sconti.

Dimenticate la furia del Roxy. Qui regna una solennità chiesastica, sporcata da sintetizzatori che gemono come macchine in agonia. La transfigurazione è totale: "Touching Display" si dilata in un’agonia allucinata di sette minuti, una struttura monumentale che ridefinisce i confini del post-punk, mentre la nevrosi elettrica di "Two People In A Room" e le trame di "I Should Have Known Better" ci ricordano che il battito è ancora fisico, ma ora indossa un camice bianco e opera senza anestesia. Brani come "The 15th" sono diamanti pop tagliati con il bisturi, melodie che ti accarezzano mentre una lama invisibile ti incide la pelle. E che dire di "Map Ref 41° N 93° W"? È la prova suprema di come si possa scalare la classifica delle emozioni umane usando le coordinate cartografiche come unico alfabeto. 

L'epicentro nero del disco batte in "The Other Window". È un racconto cinico, degno dei migliori Velvet Underground, una visione glaciale di un cavallo morente intrappolato nel filo spinato che scorre fuori dal finestrino di un treno. È musica che non cerca la tua approvazione; cerca la tua resa. È il trionfo del "bianco e del freddo", un'estetica della sottrazione dove ogni inserto di corno inglese o di violino non serve a decorare, ma a rendere più cupa l'ombra che questi quattro alieni proiettano sul futuro.

Dopo questo disco, gli Wire si fermeranno. Forse perché non c’era più nulla da dire, forse perché avevano toccato un sole così gelido da restarne accecati. 154 è il testamento di una band che ha guardato l’abisso e ha deciso di dargli una forma geometrica perfetta.

Il Verdetto: Un capolavoro assoluto che non ha tempo. È musica fisica e insieme eterea, inquieta e dolcissima. Se non avete mai sentito il brivido di questa "New Wave psichedelica", non sapete cosa significhi davvero la parola avanguardia. Cinque stelle, ma solo perché non ci è permesso darne sei.







Ascolta anche: WIRE - Chairs Missing (Harvest, 1978)

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