"Map ref. 41°N 93°W... Curving corners, objective scenery."
Map Ref 41°N 93°W
C’è un momento esatto in cui l’incendio del ’77 smette di divampare per
trasformarsi in un freddo, abbacinante raggio laser. Quel raggio porta il nome dei Wire. Mentre i loro
contemporanei si affannavano a sputare bile e sudore sui palchi lerci di
Londra, Newman, Gilbert, Lewis e Gotobed si chiudevano in un laboratorio
asettico per sezionare il cadavere del Rock’n’Roll e riassemblarlo secondo
leggi che solo loro conoscevano.
154 non
è un album: è un bunker di ghiaccio scavato nel bel mezzo di un deserto
post-industriale. Il titolo, arido come un numero di matricola, indica i passi
fatti fino a quel punto (154 concerti), ma la musica contenuta tra quei solchi
ci porta avanti di secoli. Se l’esordio era stato un proiettile di pura foga
punk, qui la materia sonora viene sublimata, trasfigurata, spinta verso
un’astrazione che non concede sconti.
Dimenticate la furia del Roxy. Qui regna una solennità chiesastica, sporcata da sintetizzatori che gemono come macchine in agonia. La transfigurazione è totale: "Touching Display" si dilata in un’agonia allucinata di sette minuti, una struttura monumentale che ridefinisce i confini del post-punk, mentre la nevrosi elettrica di "Two People In A Room" e le trame di "I Should Have Known Better" ci ricordano che il battito è ancora fisico, ma ora indossa un camice bianco e opera senza anestesia. Brani come "The 15th" sono diamanti pop tagliati con il bisturi, melodie che ti accarezzano mentre una lama invisibile ti incide la pelle. E che dire di "Map Ref 41° N 93° W"? È la prova suprema di come si possa scalare la classifica delle emozioni umane usando le coordinate cartografiche come unico alfabeto.
L'epicentro nero del disco batte in "The Other Window". È
un racconto cinico, degno dei migliori Velvet Underground, una visione glaciale
di un cavallo morente intrappolato nel filo spinato che scorre fuori dal
finestrino di un treno. È musica che non cerca la tua approvazione; cerca la
tua resa. È il trionfo del "bianco e del freddo", un'estetica della
sottrazione dove ogni inserto di corno inglese o di violino non serve a
decorare, ma a rendere più cupa l'ombra che questi quattro alieni proiettano
sul futuro.
Dopo questo disco, gli Wire si fermeranno. Forse perché
non c’era più nulla da dire, forse perché avevano toccato un sole così gelido
da restarne accecati. 154 è
il testamento di una band che ha guardato l’abisso e ha deciso di dargli una
forma geometrica perfetta.
Il Verdetto: Un capolavoro assoluto che non ha tempo. È musica fisica e insieme eterea, inquieta e dolcissima. Se non avete mai sentito il brivido di questa "New Wave psichedelica", non sapete cosa significhi davvero la parola avanguardia. Cinque stelle, ma solo perché non ci è permesso darne sei.






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