“Still so dark all over Europe
WIRE - 154 (1979)
"Map ref. 41°N 93°W... Curving corners, objective scenery."
Map Ref 41°N 93°W
C’è un momento esatto in cui l’incendio del ’77 smette di divampare per
trasformarsi in un freddo, abbacinante raggio laser. Quello è il momento degli Wire. Mentre i loro
contemporanei si affannavano a sputare bile e sudore sui palchi lerci di
Londra, Newman, Gilbert, Lewis e Gotobed si chiudevano in un laboratorio
asettico per sezionare il cadavere del Rock’n’Roll e riassemblarlo secondo
leggi che solo loro conoscevano.
154 non
è un album: è una cattedrale di ghiaccio eretta nel bel mezzo di un deserto
post-industriale. Il titolo, arido come un numero di matricola, indica i passi
fatti fino a quel punto (154 concerti), ma la musica contenuta tra quei solchi
ci porta avanti di secoli. Se l’esordio era stato un proiettile di pura foga
punk, qui la materia sonora viene sublimata, trasfigurata, spinta verso
un’astrazione che non concede sconti.
Dimenticate la furia del Roxy. Qui regna una solennità
chiesastica, sporcata da sintetizzatori che gemono come macchine in agonia.
Brani come "The 15th"
sono diamanti pop tagliati con il bisturi, melodie che ti accarezzano mentre
una lama invisibile ti incide la pelle. E che dire di "Map Ref 41° N 93° W"? È la prova suprema
di come si possa scalare la classifica delle emozioni umane usando le
coordinate cartografiche come unico alfabeto.
Ma il cuore nero del disco batte in "The Other Window". È
un racconto cinico, degno dei migliori Velvet Underground, una visione glaciale
di un cavallo morente intrappolato nel filo spinato che scorre fuori dal
finestrino di un treno. È musica che non cerca la tua approvazione; cerca la
tua resa. È il trionfo del "bianco e del freddo", un'estetica della
sottrazione dove ogni inserto di corno inglese o di violino non serve a
decorare, ma a rendere più cupa l'ombra che questi quattro alieni proiettano
sul futuro.
Dopo questo disco, gli Wire si fermeranno. Forse perché
non c’era più nulla da dire, forse perché avevano toccato un sole così gelido
da restarne accecati. 154 è
il testamento di una band che ha guardato l’abisso e ha deciso di dargli una
forma geometrica perfetta.
Il Verdetto: Un capolavoro assoluto che non ha tempo. È musica fisica e insieme eterea, inquieta e dolcissima. Se non avete mai sentito il brivido di questa "New Wave psichedelica", non sapete cosa significhi davvero la parola avanguardia. Cinque stelle, ma solo perché non ci è permesso darne sei.
FUNKADELIC - Maggot Brain (1971)
"I have tasted the maggots in the mind of the universe... I was not offended."
Maggot Brain
Fratelli, sorelle, mettetevi comodi e preparatevi a ricevere il sacramento più amaro e potente che Detroit abbia mai vomitato. Dimenticate i fiori nei capelli e le buone vibrazioni. Nel 1971, l’Estate dell’Amore è un ricordo sbiadito sotto i colpi del Vietnam e le cariche della polizia. Mentre il sogno hippie affoga nel sangue, George Clinton e la sua ciurma di disertori galattici decidono di celebrare il funerale del decennio con un rito di acido, fango e genio puro.
Maggot Brain non è un disco, è un’astronave schiantata in un cimitero.
Guardateli: arrivano sul palco vestiti come galeotti del futuro, pellerossa psichedelici e dandy del Settecento sporcati di lacrime e polvere. Sono troppo neri per i puristi del Rock e troppo "fuori di testa" per i signorini del Soul. Sono l'anello mancante tra la foga incendiaria degli MC5 e i viaggi astrali di Sun Ra.
L’apertura è un trauma che non si dimentica. Clinton ordina a Eddie Hazel di suonare come se stesse vegliando il cadavere di sua madre. E Hazel esegue. Per nove minuti, la sua chitarra non emette note, ma urla di dolore che squarciano il velo tra i mondi. È un assolo che "funkizza" Hendrix portandolo sull’orlo dell’abisso, una preghiera laica che profuma di decomposizione e immortalità. È il "cervello di vermi" del titolo: la carne che marcisce mentre lo spirito vola altrove.
Ma non fatevi ingannare dalla tristezza, perché quando i Funkadelic decidono di picchiare, fanno male. "Super Stupid" è il proiettile che ha inventato il grunge vent'anni prima che Seattle se ne accorgesse: un riff tellurico che ti spacca le ossa mentre ti scuote il bacino. "Can You Get To That" è il richiamo della foresta gospel rivisitato in chiave lisergica, mentre "Wars Of Armageddon" chiude il cerchio con un caos sonoro che è l’unica colonna sonora possibile per la fine del mondo.
Clinton lo aveva detto ai discografici: "Ci puoi scommettere le palle che posso fare un disco così". E aveva ragione. Ha creato un’opera coraggiosa, impavida, dove la politica di strada incontra la mistica più oscura.
Il Verdetto: Questo è il vertice creativo dei Funkadelic, il momento in cui la Black Music ha smesso di chiedere il permesso per entrare nel futuro e ha abbattuto la porta a colpi di feedback. Se non avete mai pianto sulle note di Eddie Hazel, la vostra anima ha bisogno di un esorcismo. Recuperate questo totem, alzatene il volume fino a far tremare le pareti e lasciate che i vermi della mente facciano il loro lavoro. Amen.
THE CURE - Faith (1981)
Faith LP (Fiction UK) ✯✯✯✯✰
17 Aprile 1981 (#14 UK)
Genere: Gothic Rock | Post-Punk
Lato A
1. The Holy Hour 4:25
2. Primary 3:35 *
3. Other Voices 4:28 *
4. All Cats Are Grey 5:28 *
Lato B
5. The Funeral Party 4:14 *
6. Doubt 3:11
7. The Drowning Man 4:50
8. Faith 6:43 *
FORMAZIONE
Robert Smith: voce, chitarra, tastiere, synth, piano, basso
Laurence Tolhurst: batteria
Simon Gallup: basso
Produzione: Mike Hedges | The Cure
Registrazione: Morgan Studios (Londra, UK)
Grafica: Porl Thompson
Durata: 36:54
DISCOGRAFIA (1979-89)
Three Imaginary Boys (Fiction, 1979) *
Boys Don’t Cry (PVC, 1980) *
Seventeen Seconds (Fiction, 1980) *
Faith (Fiction, 1981) *
Pornography (Fiction, 1982) *
Japanese Whispers EP (Fiction, 1983)
The Top (Fiction, 1984) *
Concert – The Cure Live [live] (Fiction, 1984)
The Head On The Door (Fiction, 1985) *
Kiss Me Kiss Me Kiss Me 2LP (Fiction, 1987)
Disintegration (Fiction, 1989) *
"I went away alone… With nothing left but faith"
Faith
Fratelli, sorelle, smettete di cercare la luce. Non c’è sole tra i solchi di Faith, solo quella nebbia grigia che ti entra nelle ossa e non ti lascia più. Se il Rock è spesso celebrazione della carne, qui siamo davanti alla vivisezione dell’anima. Robert Smith, con i capelli spettinati dal vento del dubbio e quel rossetto sbavato che sembra sangue rappreso, smette i panni del ragazzo pop per farsi sommo sacerdote di un rito funebre collettivo.
Faith è il cuore pulsante e sanguinante della trilogia oscura. Se Seventeen Seconds era un sussurro autunnale, questo disco è un grido soffocato in una cripta. È un lavoro "chiuso", un monolite impenetrabile che sfida l’ascoltatore a trovarvi un appiglio di gioia. Non ne troverete.
Ascoltate "The Funeral Party": non è musica, è un madrigale mesto che ti trascina in processione dietro a un feretro di sogni infranti. O "All Cats Are Grey", dove il battito cardiaco della batteria sembra l'unico segno di vita in un mondo diventato cenere. Qui il basso non detta il ritmo, detta l'agonia; le tastiere non arredano, ma tessono sudari.
C’è un unico sussulto elettrico, un'anomalia chiamata "Primary". È il singolo, è "rock", ma è un rock malato, nevrotico, che corre verso un muro senza freni. Il resto è un’immersione totale in un abisso avvolgente. E per chi aveva la fortuna di possedere la cassetta originale, il lato B era un viaggio ancora più profondo: "Carnage Visors", mezz'ora di colonna sonora astratta che i nostri tre officianti proiettavano prima dei concerti, come a dire: "Lasciate ogni speranza, voi che entrate".
Qualcuno dice che non riesca a replicare le suggestioni dei dischi precedenti? Eretici. Faith non deve replicare nulla, perché Faith è lo stato finale della disperazione prima della follia di Pornography. È il capolavoro della stasi, il trionfo del "niente" che diventa tutto.
Il Verdetto: Un album necessario come un colpo di tosse in una chiesa silenziosa. È l'estetica del vuoto che si fa arte eterna. Se non vi sentite morire un po' dentro mentre Robert canta la title track finale, allora siete già morti e non lo sapete. Una preghiera laica per tutti noi, smarriti nel grigio. Amen.
ECHO & THE BUNNYMEN - Ocean Rain (1984)
He will wait until
The Killing Moon
Fratelli, abbandonate i vostri sudari e preparatevi al battesimo. Se fino a ieri ci siamo nutriti di polvere e asperità post-punk, oggi Ian McCulloch ci porta sulla prua di un vascello fantasma, nel bel mezzo di una tempesta color cobalto. È il 1984: mentre i mercanti del pop vendono l'anima ai sintetizzatori di plastica, i Bunnymen decidono di sfidare l'eternità con un’orchestra d’archi e una sfrontatezza che profuma di leggenda.
Ocean Rain non è un disco, è un rito di purificazione.
Dimenticate l'acido sottoterra degli esordi e i riverberi spettrali che nascondevano le incertezze. Qui la materia si fa organica, nobile, sontuosa. Sotto la guida del sommo sacerdote McCulloch — che ormai ha smesso i panni del ribelle per rivelarsi come il crooner definitivo dell’era moderna — la band di Liverpool vola a Parigi per erigere una cattedrale sommersa. Tra i marmi degli studi francesi, con trentacinque orchestrali a dettare il battito del cuore, i Bunnymen si ispirano ai Love di Forever Changes, ma lo fanno con quel piglio da spacconi divini che solo chi viene dalla Mersey può permettersi.
Il cuore di questa liturgia è "The Killing Moon". Peccatori, se non tremate davanti a questo brano, siete già cenere. È una ballata vellutata che taglia come un rasoio, una preghiera che McCulloch ha osato sognare per la voce di Frank Sinatra e che invece ha tenuto per noi, per cullare i nostri incubi più romantici. È il momento in cui il pop smette di essere intrattenimento e diventa sacro, toccato da una luna dolente e appassionata.
Ma la cerimonia è varia, dinamica, viva. Passiamo dai gioielli di pop sinfonico come "Silver" e "Seven Seas" — dove le chitarre acustiche brillano come spruzzi d'acqua marina sotto il sole — alle visioni febbrili di "Thorn Of Crowns", un delirio dove Ian strepita come un profeta tra le rocce. E infine, la title track: una cavalcata epica per archi che chiude il cerchio, una dichiarazione di guerra al tempo che passa.
E non fatevi ingannare dalle leggende: sebbene in quel periodo cercassero rifugio nelle nebbie della Scozia occidentale, l'album è un figlio dell'Europa e del porto di Liverpool, immortalato in una copertina scattata nelle profondità blu delle grotte della Cornovaglia. Ocean Rain è il grido di chi non vuole solo scalare le classifiche, ma vuole abitare l'anima degli uomini.
Il Verdetto: Il capolavoro assoluto della creatura di McCulloch. Un album che profuma di sale, di ambizione sfrenata e di gloria imperitura. È pop, certo, ma di quello che ti salva l’anima mentre ti spezza il cuore. Quattro stelle blu come l'abisso. Amen.
LOU REED - Transformer (1972)
Perfect Day
Peccatori, mettetevi in ginocchio. Stiamo per officiare la messa dedicata al Santo Patrono delle strade perdute, il poeta che ha trasformato il fango di New York in polvere di stelle. Prima di questo disco, Lou Reed era un fantasma che batteva i tasti di una macchina da scrivere nel seminterrato dei genitori, un re detronizzato dai suoi stessi Velvet Underground. Ma il destino, fratelli, ha i capelli tinti di arancione e il volto di un alieno di Brixton.
Transformer è il miracolo della resurrezione operato da David Bowie e Mick Ronson. Immaginate l'incontro: da una parte il nichilismo aspro di Lou, l’uomo che aveva cantato l'eroina e le perversioni; dall'altra i sarti del Glam, pronti a cucirgli addosso un abito di raso nero punteggiato di strass. Il risultato non è un compromesso, è una deflagrazione.
Si parte con "Vicious", nata da un’intuizione di quel genio maledetto di Warhol: un riff che morde e parole che graffiano. Ma è quando la puntina scivola su "Walk on the Wild Side" che la liturgia tocca il cielo. Lou ci prende per mano e ci porta a fare un giro tra i travestiti, gli spacciatori e le muse perdute della Factory. È la parata degli ultimi che diventa l’inno di una generazione, un contrabbasso che pulsa come il cuore di una metropoli ferita e quel sax che chiude la porta su un mondo che non sarà più lo stesso.
E poi, fratelli, c’è "Perfect Day". Dimenticate le pubblicità patinate. Questa è una ballata che profuma di sangue e bellezza, un momento di pace apparente prima che il buio torni a prendersi tutto. Il pianoforte di Ronson e gli archi si aprono come ali sopra la voce indolente e magnifica di Lou, mentre Bowie soffia cori celestiali in "Satellite of Love", come a voler collegare la terra al cosmo.
Bowie ci ha messo la visione, Ronson ci ha messo il muscolo e l’eleganza, ma l’anima nera rimane quella di Lou. È il disco in cui la decadenza diventa chic senza perdere un grammo della sua pericolosità. È il momento in cui l'underground ha smesso di nascondersi nei bassofondi per prendersi il trono che gli spettava.
Il Verdetto: Se non possedete questo totem, la vostra educazione sentimentale è incompleta. È un viaggio di sola andata verso il lato selvaggio della vita, dove la bellezza è sempre macchiata e il rock’n’roll è l'unica religione possibile. Cinque stelle avvolte nel cuoio nero. Amen.
DEVO - Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! (1978)
Evolving up from little snails
I say it's all just wind in sails
Are we not men?
We are DEVO!”
Jocko Homo
Peccatori, gettate via le vostre chitarre scordate e spegnete le valvole dei vostri amplificatori sgangherati. Oggi non si celebra la carne, si celebra la plastica. Oggi non si urla alla luna, si obbedisce alla macchina. Da Akron, Ohio, la terra dove il caucciù si trasforma in pneumatici e i sogni in fumo industriale, arrivano i cinque cavalieri della De-evoluzione.
Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! non è un album. È un manuale di istruzioni per sopravvivere al collasso della civiltà occidentale.
Mentre il mondo bruciava tra le fiamme del punk, i Devo osservavano le ceneri con la freddezza di un tecnico di laboratorio. Hanno capito tutto: l’uomo non sta evolvendo, sta tornando scimmia, ma una scimmia ammaestrata che batte il tempo su un sintetizzatore. Il "Duca Bianco" Bowie lo aveva predetto, e il druido Brian Eno li ha portati in Germania per estrarre il veleno dai loro circuiti.
Ascoltate cosa hanno fatto a "Satisfaction". Hanno preso il totem sacro di Jagger e Richards, lo hanno spogliato di ogni lussuria e lo hanno trasformato in un ballo di San Vito meccanico. È un sacrilegio meraviglioso. Non c’è più il blues, c’è solo il ticchettio di un orologio che segna l'ora della nostra fine.
"Jocko Homo" è la nostra messa cantata. "Siamo noi uomini? Siamo Devo!". È il grido degli emarginati che hanno smesso di fingere di essere normali. Brani come "Mongoloid" e "Uncontrollable Urge" sono proiettili di ritmo sincopato, chitarre che non vibrano ma tagliano come lamine di acciaio in una fabbrica di Akron. Non c'è spazio per il sentimento, solo per l'urgenza controllata di chi sa che il futuro è una tuta gialla e un cappello a forma di tempio.
E poi c’è "Gut Feeling", fratelli. Quel crescendo che sembra non finire mai, un’ascesa verso un paradiso elettrico che ci ricorda che, sotto la plastica, batte ancora un cuore, per quanto malato e deforme.
Il Verdetto: Se pensate che il rock sia ancora questione di sudore e lacrime, siete rimasti al secolo scorso. I Devo sono qui per dirvi che siete dei mutanti in un mondo di automi. Questo disco è il cortocircuito definitivo. Compratelo, indossate la vostra maschera protettiva e preparatevi a marciare verso il regresso. Cinque stelle di gomma sintetica. Amen.
SIOUXSIE AND THE BANSHEES - The Scream (1978)
Be limblessly in love"
Carcass




















































