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THE SISTERS OF MERCY - First and Last and Always (1985)

THE SISTERS OF MERCY (1980 – Leeds, West Yorkshire, UK) 
First and Last and Always LP (Merciful Release UK/Elektra US) ✯✯✯✯✯
11 Marzo 1985 (#14 UK) 

Genere: Gothic Rock 

Lato A 
1.Black Planet 4:27 * 
2.Walk Away 3:20 * 
3.No Time to Cry 3:54
4.A Rock and a Hard Place 3:36 
5.Marian (Version) 5:37 * 

Lato B 
6.First and Last and Always 3:58
7.Possession 4:36 
8.Nine While Nine 4:07 
9.Amphetamine Logic 4:46 
10.Some Kind of Stranger 7:16 * 

FORMAZIONE 
Andrew Eldritch: voce
Gary Marx: chitarra 
Doktor Avalanche: drum machine 
Craig Adams: basso 
Wayne Hussey: chitarra, voce

Produzione: David M. Allen 
Registrazione: Strawberry Recording Studios (Stockport, Manchester, UK)
Grafica: Andrew Eldritch | Mick Lowe 
Durata: 45:37 

DISCOGRAFIA 
The Reptile House EP (Merciful Release, 1983) * 
First And Last And Always (Merciful Release, 1985) * 
Floodland (Merciful Release, 1987) * 

“Still so dark all over Europe

And the rainbow rises here
In the western sky
The kill to show for
At the end of the great white pier”
Black Planet

Fratelli e peccatori del lato oscuro: riponete i vostri ombrelli di pizzo e preparatevi. Se il Dark fosse un genere cinematografico, questo sarebbe il Noir definitivo, girato in un bianco e nero così contrastato da bruciarvi le pupille. Non stiamo parlando di una band, ma di un dogma che si incarna tra le nebbie industriali di Leeds per lasciarci in eredità il suo testamento più alto e doloroso.

First and Last and Always è la summa di un pellegrinaggio iniziato nel 1980, centellinato in una sequenza di singoli ed EP che oggi sono reliquie. È qui, tra questi dieci solchi, che il Verbo di Andrew Eldritch si fa pietra angolare. Eldritch non è un cantante: è un traghettatore di anime nell'ombra, con una voce che sembra provenire direttamente da una catacomba, glaciale e abrasiva al punto giusto.

Dietro di lui, a tessere questa trama di nero, la formazione che ogni peccatore dovrebbe conoscere a memoria: Gary Marx, Craig Adams e quel diavolo di Wayne Hussey, che porta con sé una sensibilità melodica quasi "sixties" per poi annegarla nel fumo nero della Blank Generation. E poi c’è lui, il battito marziale e disumano di Doktor Avalanche, la drum-machine che scandisce il tempo di una disperazione che non concede sconti.

L'album è un’imponente architettura di suono e poesia dark visionaria. Iniziatevi alla frenesia di "Walk Away", un pezzo che vorrebbe essere pop ma finisce per diventare un addio amaro sussurrato al vento in una notte che non vuole finire mai. Perdetevi tra le fiamme gelide di "Black Planet" o nei labirinti malati di "Marian", dove il fantasma di Leonard Cohen viene evocato non per consolare, ma per tormentare. Ogni episodio è un incantesimo: dalla solennità epica della title-track fino a quella pietra tombale che risponde al nome di "Some Kind of Stranger", sette minuti di nebbia sulfurea lasciata cadere sulla nostra speranza.

Certo, la congregazione si sarebbe sciolta di lì a poco tra carte bollate e veleni, con Hussey e Adams pronti a cercare la luce con i Mission e Eldritch a barricarsi nel suo castello di rock sinfonico pacchiano. Ma in questo 1985, per un momento irripetibile, i Sisters Of Mercy sono stati l'Alfa e l'Omega del nostro disagio.

Il Verdetto: Un capolavoro assoluto che incute soggezione, un’attrazione fatale che non smette di esercitare il suo magnetismo. Se non sentite l'irresistibile impulso di svanire in una nuvola di ghiaccio secco ogni volta che parte l'intro di "No Time To Cry", allora tornate pure a scaldarvi alla luce del sole: questa liturgia di fumo e disperazione non è pane per i vostri denti. Cinque stelle di freddo marmo nero. Amen.






 

Ascolta anche: THE SISTERS OF MERCY - Some Girls Wander By Mistake [ant. 1980-83] (Merciful Release, 1992)

WIRE - 154 (1979)

WIRE (1976 – London, Greater London, UK) 
154 LP (Harvest UK/Warner Bros. US) ✯✯✯✯✯
23 Settembre 1979 (#39 UK) 

Genere: Post-Punk Art Punk 

Lato A 
1.I Should Have Know Better 3:51 * 
2.Two People in a Room 2:08 * 
3.The 15th 3:03 
4.The Other Window 2:07 * 
5.Single K.O. 2:22 
6.A Touching Display 6:54 * 
7.On Returning 2:04 * 

Lato B 
8.A Mutual Friend 4:26 
9.Blessed State 3:28 * 
10.Once Is Enough 3:22 
11.Map Ref. 41°N 93°W 3:36 
12.Indirect Enquiries 3:33 
13.40 Versions 3:27 * 

FORMAZIONE
Colin Newman: voce, chitarra, cori
Bruce Gilbert: chitarra, spoken word (4) 
Graham Lewis: basso, voce, cori, percussioni
Robert Gotobed: batteria, percussioni

Collaboratori
Hilly Kristal: voce (8) 
Kate Lukas: flauto
Tim Souster: viola elettrica (6) 
Mike Thorne: tastiera, synth 
Joan Whiting: corno inglese (8) 

Produzione: Mike Thorne 
Registrazione: Advision Studios (Londra, UK)
Grafica: Dave Dragon | Bruce Gilbert | Graham Lewis 
Durata: 44.41 

DISCOGRAFIA (1977-89) 
Pink Flag (Harvest, 1977) * 
Chairs Missing (Harvest, 1978) * 
154 (Harvest, 1979) * 
Document And Eyewitness 2LP [live] (Rough Trade, 1981) 
Snakedrill EP (Mute, 1986)
The Ideal Copy (Mute, 1987) 
A Bell Is A Cup… Until It Is Struck (Mute, 1988)
It’s Beginning To And Back Again [live] (Mute, 1989)

"Map ref. 41°N 93°W... Curving corners, objective scenery."
Map Ref 41°N 93°W

C’è un momento esatto in cui l’incendio del ’77 smette di divampare per trasformarsi in un freddo, abbacinante raggio laser. Quello è il momento degli Wire. Mentre i loro contemporanei si affannavano a sputare bile e sudore sui palchi lerci di Londra, Newman, Gilbert, Lewis e Gotobed si chiudevano in un laboratorio asettico per sezionare il cadavere del Rock’n’Roll e riassemblarlo secondo leggi che solo loro conoscevano.

154 non è un album: è una cattedrale di ghiaccio eretta nel bel mezzo di un deserto post-industriale. Il titolo, arido come un numero di matricola, indica i passi fatti fino a quel punto (154 concerti), ma la musica contenuta tra quei solchi ci porta avanti di secoli. Se l’esordio era stato un proiettile di pura foga punk, qui la materia sonora viene sublimata, trasfigurata, spinta verso un’astrazione che non concede sconti.

Dimenticate la furia del Roxy. Qui regna una solennità chiesastica, sporcata da sintetizzatori che gemono come macchine in agonia. Brani come "The 15th" sono diamanti pop tagliati con il bisturi, melodie che ti accarezzano mentre una lama invisibile ti incide la pelle. E che dire di "Map Ref 41° N 93° W"? È la prova suprema di come si possa scalare la classifica delle emozioni umane usando le coordinate cartografiche come unico alfabeto.

Ma il cuore nero del disco batte in "The Other Window". È un racconto cinico, degno dei migliori Velvet Underground, una visione glaciale di un cavallo morente intrappolato nel filo spinato che scorre fuori dal finestrino di un treno. È musica che non cerca la tua approvazione; cerca la tua resa. È il trionfo del "bianco e del freddo", un'estetica della sottrazione dove ogni inserto di corno inglese o di violino non serve a decorare, ma a rendere più cupa l'ombra che questi quattro alieni proiettano sul futuro.

Dopo questo disco, gli Wire si fermeranno. Forse perché non c’era più nulla da dire, forse perché avevano toccato un sole così gelido da restarne accecati. 154 è il testamento di una band che ha guardato l’abisso e ha deciso di dargli una forma geometrica perfetta.

Il Verdetto: Un capolavoro assoluto che non ha tempo. È musica fisica e insieme eterea, inquieta e dolcissima. Se non avete mai sentito il brivido di questa "New Wave psichedelica", non sapete cosa significhi davvero la parola avanguardia. Cinque stelle, ma solo perché non ci è permesso darne sei.







Ascolta anche: WIRE - Chairs Missing (Harvest, 1978)

FUNKADELIC - Maggot Brain (1971)

FUNKADELIC (1968 – Plainfield, NJ, USA) 
Maggot Brain LP (Westbound US/Westbound UK) ✯✯✯✯✯
12 Luglio 1971 (US) – Settembre 1971 (UK) 

Genere: Funk Rock | Psichedelia | Funk

Lato A 
1.Maggot Brain 10:18 * 
2.Can You Get to That 2:49 * 
3.Hit It and Quit It 3:48 
4.You and Your Folks, Me and My Folks 3:35 * 

Lato B 
5.Super Stupid 3:56 
6.Back in Our Minds 2:37 
7.Wars of Armageddon 9:42 

FORMAZIONE 
George Clinton: voce 
Clarence ‘Fuzzy’ Haskins: voce, batteria 
Eddie Hazel: chitarra solista, voce 
Tawl Ross: chitarra ritmica, voce 
Billy Nelson: basso, voce 
Tiki Fulwood: batteria 
Bernie Worrell: tastiere, voce 
Garry Shider: voce 
Raymond Davis: voce 
Calvin Simon: voce 
Grady Thomas: voce 
Hot Buttered Soul (Pat Lewis / Diane Lewis / Rose Williams): voce 

Produzione: George Clinton 
Registrazione: Universal Studios (Detroit, MI, USA) 
Grafica: David Krieger 
Durata: 36:56 

DISCOGRAFIA (1970-76) 
Funkadelic (Westbound, 1970) * 
Free Your Mind… And Your Ass Will Follow (Westbound, 1970) * 
Maggot Brain (Westbound, 1971) * 
America Eats Its Young 2LP (Westbound, 1972) 
Cosmic Slop (Westbound, 1973) * 
Standing On The Verge Of Getting It On (Westbound, 1974) 
Let’s Take It To The Stage (Westbound, 1975) 
Tales Of Kidd Funkadelic (Westbound, 1976)

"I have tasted the maggots in the mind of the universe... I was not offended."
Maggot Brain

Fratelli, sorelle, mettetevi comodi e preparatevi a ricevere il sacramento più amaro e potente che Detroit abbia mai vomitato. Dimenticate i fiori nei capelli e le buone vibrazioni. Nel 1971, l’Estate dell’Amore è un ricordo sbiadito sotto i colpi del Vietnam e le cariche della polizia. Mentre il sogno hippie affoga nel sangue, George Clinton e la sua ciurma di disertori galattici decidono di celebrare il funerale del decennio con un rito di acido, fango e genio puro.

Maggot Brain non è un disco, è un’astronave schiantata in un cimitero.

Guardateli: arrivano sul palco vestiti come galeotti del futuro, pellerossa psichedelici e dandy del Settecento sporcati di lacrime e polvere. Sono troppo neri per i puristi del Rock e troppo "fuori di testa" per i signorini del Soul. Sono l'anello mancante tra la foga incendiaria degli MC5 e i viaggi astrali di Sun Ra.

L’apertura è un trauma che non si dimentica. Clinton ordina a Eddie Hazel di suonare come se stesse vegliando il cadavere di sua madre. E Hazel esegue. Per nove minuti, la sua chitarra non emette note, ma urla di dolore che squarciano il velo tra i mondi. È un assolo che "funkizza" Hendrix portandolo sull’orlo dell’abisso, una preghiera laica che profuma di decomposizione e immortalità. È il "cervello di vermi" del titolo: la carne che marcisce mentre lo spirito vola altrove.

Ma non fatevi ingannare dalla tristezza, perché quando i Funkadelic decidono di picchiare, fanno male. "Super Stupid" è il proiettile che ha inventato il grunge vent'anni prima che Seattle se ne accorgesse: un riff tellurico che ti spacca le ossa mentre ti scuote il bacino. "Can You Get To That" è il richiamo della foresta gospel rivisitato in chiave lisergica, mentre "Wars Of Armageddon" chiude il cerchio con un caos sonoro che è l’unica colonna sonora possibile per la fine del mondo.

Clinton lo aveva detto ai discografici: "Ci puoi scommettere le palle che posso fare un disco così". E aveva ragione. Ha creato un’opera coraggiosa, impavida, dove la politica di strada incontra la mistica più oscura.

Il Verdetto: Questo è il vertice creativo dei Funkadelic, il momento in cui la Black Music ha smesso di chiedere il permesso per entrare nel futuro e ha abbattuto la porta a colpi di feedback. Se non avete mai pianto sulle note di Eddie Hazel, la vostra anima ha bisogno di un esorcismo. Recuperate questo totem, alzatene il volume fino a far tremare le pareti e lasciate che i vermi della mente facciano il loro lavoro. Amen.








Ascolta anche: FUNKADELIC - Funkadelic (Westbound, 1970)

THE CURE - Faith (1981)

THE CURE (1976 – Crawley, West Sussex, UK)
Faith LP (Fiction UK) ✯✯✯✯✰
17 Aprile 1981 (#14 UK)

Genere: Gothic Rock Post-Punk

Lato A
1. The Holy Hour 4:25
2. Primary 3:35 *
3. Other Voices 4:28 *
4. All Cats Are Grey 5:28 *

Lato B
5. The Funeral Party 4:14 *
6. Doubt 3:11
7. The Drowning Man 4:50
8. Faith 6:43 *

FORMAZIONE
Robert Smith: voce, chitarra, tastiere, synth, piano, basso
Laurence Tolhurst: batteria
Simon Gallup: basso

Produzione: Mike Hedges | The Cure
Registrazione: Morgan Studios (Londra, UK)
Grafica: Porl Thompson
Durata: 36:54

DISCOGRAFIA (1979-89)
Three Imaginary Boys (Fiction, 1979) *
Boys Don’t Cry (PVC, 1980) *
Seventeen Seconds (Fiction, 1980) *
Faith (Fiction, 1981) *
Pornography (Fiction, 1982) *
Japanese Whispers EP (Fiction, 1983)
The Top (Fiction, 1984) *
Concert – The Cure Live [live] (Fiction, 1984)
The Head On The Door (Fiction, 1985) *
Kiss Me Kiss Me Kiss Me 2LP (Fiction, 1987)
Disintegration (Fiction, 1989) *

"I went away alone… With nothing left but faith"

Faith

Fratelli, sorelle, smettete di cercare la luce. Non c’è sole tra i solchi di Faith, solo quella nebbia grigia che ti entra nelle ossa e non ti lascia più. Se il Rock è spesso celebrazione della carne, qui siamo davanti alla vivisezione dell’anima. Robert Smith, con i capelli spettinati dal vento del dubbio e quel rossetto sbavato che sembra sangue rappreso, smette i panni del ragazzo pop per farsi sommo sacerdote di un rito funebre collettivo.

Faith è il cuore pulsante e sanguinante della trilogia oscura. Se Seventeen Seconds era un sussurro autunnale, questo disco è un grido soffocato in una cripta. È un lavoro "chiuso", un monolite impenetrabile che sfida l’ascoltatore a trovarvi un appiglio di gioia. Non ne troverete.

Ascoltate "The Funeral Party": non è musica, è un madrigale mesto che ti trascina in processione dietro a un feretro di sogni infranti. O "All Cats Are Grey", dove il battito cardiaco della batteria sembra l'unico segno di vita in un mondo diventato cenere. Qui il basso non detta il ritmo, detta l'agonia; le tastiere non arredano, ma tessono sudari.

C’è un unico sussulto elettrico, un'anomalia chiamata "Primary". È il singolo, è "rock", ma è un rock malato, nevrotico, che corre verso un muro senza freni. Il resto è un’immersione totale in un abisso avvolgente. E per chi aveva la fortuna di possedere la cassetta originale, il lato B era un viaggio ancora più profondo: "Carnage Visors", mezz'ora di colonna sonora astratta che i nostri tre officianti proiettavano prima dei concerti, come a dire: "Lasciate ogni speranza, voi che entrate".

Qualcuno dice che non riesca a replicare le suggestioni dei dischi precedenti? Eretici. Faith non deve replicare nulla, perché Faith è lo stato finale della disperazione prima della follia di Pornography. È il capolavoro della stasi, il trionfo del "niente" che diventa tutto.

Il Verdetto: Un album necessario come un colpo di tosse in una chiesa silenziosa. È l'estetica del vuoto che si fa arte eterna. Se non vi sentite morire un po' dentro mentre Robert canta la title track finale, allora siete già morti e non lo sapete. Una preghiera laica per tutti noi, smarriti nel grigio. Amen.








Ascolta anche: THE CURE - Faith [Deluxe Edition] 2CD (Fiction, 2005)

ECHO & THE BUNNYMEN - Ocean Rain (1984)

ECHO & THE BUNNYMEN (1978 – Liverpool, Merseyside, UK) 
Ocean Rain (Korova UK/Sire US) ✯✯✯✯✰
4 Maggio 1984 (UK, #4) – Giugno 1984 (US, #87) 

Genere: Post-Punk 

Lato A 
1.Silver 3:22 * 
2.Nocturnal Me 4:57 
3.Crystal Days 2:25 * 
4.The Yo Yo Man 3:11 
5.Thorn of Crowns 4:52 * 

Lato B 
6.The Killing Moon 5:50 * (#9 UK) 
7.Seven Seas 3:20 * 
8.My Kingdom 4:05 
9.Ocean Rain 5:12

FORMAZIONE 
Ian McCulloch: voce, chitarra, piano 
Will Sergeant: chitarra
Les Pattinson: basso
Pete de Freitas: batteria

Collaboratori 
Adam Peters: piano, violoncello, arrangiamenti orchestrali 

Produzione: Echo And The Bunnymen | Gil Norton | Henri Loustau 
Registrazione: Studio des Dames & Davout (Parigi, FRA) | Amazon Studios (Liverpool, UK)
Grafica: Martyn Atkins 
Durata: 36:36 

DISCOGRAFIA (1980-87) 
Crocodiles (Korova, 1980) * 
Heaven Up Here (Korova, 1981) * 
Porcupine (Korova, 1983) * 
Ocean Rain (Korova, 1984) * 
Echo & The Bunnymen (Korova, 1987) 

"Fate 
Up against your will 
Through the thick and thin
He will wait until 
You give yourself to him."
The Killing Moon

Fratelli, abbandonate i vostri sudari e preparatevi al battesimo. Se fino a ieri ci siamo nutriti di polvere e asperità post-punk, oggi Ian McCulloch ci porta sulla prua di un vascello fantasma, nel bel mezzo di una tempesta color cobalto. È il 1984: mentre i mercanti del pop vendono l'anima ai sintetizzatori di plastica, i Bunnymen decidono di sfidare l'eternità con un’orchestra d’archi e una sfrontatezza che profuma di leggenda.

Ocean Rain non è un disco, è un rito di purificazione.

Dimenticate l'acido sottoterra degli esordi e i riverberi spettrali che nascondevano le incertezze. Qui la materia si fa organica, nobile, sontuosa. Sotto la guida del sommo sacerdote McCulloch — che ormai ha smesso i panni del ribelle per rivelarsi come il crooner definitivo dell’era moderna — la band di Liverpool vola a Parigi per erigere una cattedrale sommersa. Tra i marmi degli studi francesi, con trentacinque orchestrali a dettare il battito del cuore, i Bunnymen si ispirano ai Love di Forever Changes, ma lo fanno con quel piglio da spacconi divini che solo chi viene dalla Mersey può permettersi.

Il cuore di questa liturgia è "The Killing Moon". Peccatori, se non tremate davanti a questo brano, siete già cenere. È una ballata vellutata che taglia come un rasoio, una preghiera che McCulloch ha osato sognare per la voce di Frank Sinatra e che invece ha tenuto per noi, per cullare i nostri incubi più romantici. È il momento in cui il pop smette di essere intrattenimento e diventa sacro, toccato da una luna dolente e appassionata.

Ma la cerimonia è varia, dinamica, viva. Passiamo dai gioielli di pop sinfonico come "Silver" e "Seven Seas" — dove le chitarre acustiche brillano come spruzzi d'acqua marina sotto il sole — alle visioni febbrili di "Thorn Of Crowns", un delirio dove Ian strepita come un profeta tra le rocce. E infine, la title track: una cavalcata epica per archi che chiude il cerchio, una dichiarazione di guerra al tempo che passa.

E non fatevi ingannare dalle leggende: sebbene in quel periodo cercassero rifugio nelle nebbie della Scozia occidentale, l'album è un figlio dell'Europa e del porto di Liverpool, immortalato in una copertina scattata nelle profondità blu delle grotte della Cornovaglia. Ocean Rain è il grido di chi non vuole solo scalare le classifiche, ma vuole abitare l'anima degli uomini.

Il Verdetto: Il capolavoro assoluto della creatura di McCulloch. Un album che profuma di sale, di ambizione sfrenata e di gloria imperitura. È pop, certo, ma di quello che ti salva l’anima mentre ti spezza il cuore. Quattro stelle blu come l'abisso. Amen.









Ascolta anche: ECHO & THE BUNNYMEN - Porcupine (Korova, 1983)

LOU REED - Transformer (1972)

LOU REED (02/03/1942 – Brooklyn, NY, USA • †27/10/2013)
Transformer LP (RCA Victor US/RCA Victor UK) ✯✯✯✯✯
8 Novembre 1972 (#13 UK; #29 US)

Genere: Glam Rock | Pop Rock

Lato A
1.Vicious 2:55 *
2.Andy’s Chest 3:17
3.Perfect Day 3:43 *
4.Hangin’ ‘Round 3:39
5.Walk on the Wild Side 4:12 * (#10 UK)

Lato B
6.Make Up 2:58
7.Satellite of Love 3:40 *
8.Wagon Wheel 3:19
9.New York Telephone Conversation 1:31 *
10.I’m So Free 3:07
11.Goodnight Ladies 4:19

INTERPRETE + COLLABORATORI
Lou Reed: voce, chitarra ritmica
Mick Ronson: chitarra solista, piano
David Bowie: cori, tastiere, chitarra acustica (5-8)
Harbie Flowers: basso, tuba (6-11)
John Halzey: batteria
Klaus Voorman: basso (3-6-7-11)
Ritchie Dharma: batteria
Barry DeSouza: batteria
Ronnie Ross: sax (5-11)
Trevor Bolder: tromba
The Thunder Thighs: cori

Produzione: David Bowie | Mick Ronson
Registrazione: Trident Studios (Londra, UK)
Grafica: Mick Rock | Ernst Thormahlen
Durata: 36:40

DISCOGRAFIA (1972-78)
Lou Reed (RCA, 1972)
Transformer (RCA, 1972) *
Berlin (RCA, 1973) *
Rock’n’Roll Animal [live] (RCA, 1974) *
Sally Can’t Dance (RCA, 1974)
Metal Machine Music 2LP (RCA, 1975)
Coney Island Baby (RCA, 1976) *
Rock And Roll Heart (Arista, 1976)
Street Hassle (Arista, 1978) *
Live: Take No Prisoners 2LP [live] (Arista, 1978)

"You're going to reap just what you sow."
Perfect Day

Peccatori, mettetevi in ginocchio. Stiamo per officiare la messa dedicata al Santo Patrono delle strade perdute, il poeta che ha trasformato il fango di New York in polvere di stelle. Prima di questo disco, Lou Reed era un fantasma che batteva i tasti di una macchina da scrivere nel seminterrato dei genitori, un re detronizzato dai suoi stessi Velvet Underground. Ma il destino, fratelli, ha i capelli tinti di arancione e il volto di un alieno di Brixton.

Transformer è il miracolo della resurrezione operato da David Bowie e Mick Ronson. Immaginate l'incontro: da una parte il nichilismo aspro di Lou, l’uomo che aveva cantato l'eroina e le perversioni; dall'altra i sarti del Glam, pronti a cucirgli addosso un abito di raso nero punteggiato di strass. Il risultato non è un compromesso, è una deflagrazione.

Si parte con "Vicious", nata da un’intuizione di quel genio maledetto di Warhol: un riff che morde e parole che graffiano. Ma è quando la puntina scivola su "Walk on the Wild Side" che la liturgia tocca il cielo. Lou ci prende per mano e ci porta a fare un giro tra i travestiti, gli spacciatori e le muse perdute della Factory. È la parata degli ultimi che diventa l’inno di una generazione, un contrabbasso che pulsa come il cuore di una metropoli ferita e quel sax che chiude la porta su un mondo che non sarà più lo stesso.

E poi, fratelli, c’è "Perfect Day". Dimenticate le pubblicità patinate. Questa è una ballata che profuma di sangue e bellezza, un momento di pace apparente prima che il buio torni a prendersi tutto. Il pianoforte di Ronson e gli archi si aprono come ali sopra la voce indolente e magnifica di Lou, mentre Bowie soffia cori celestiali in "Satellite of Love", come a voler collegare la terra al cosmo.

Bowie ci ha messo la visione, Ronson ci ha messo il muscolo e l’eleganza, ma l’anima nera rimane quella di Lou. È il disco in cui la decadenza diventa chic senza perdere un grammo della sua pericolosità. È il momento in cui l'underground ha smesso di nascondersi nei bassofondi per prendersi il trono che gli spettava.

Il Verdetto: Se non possedete questo totem, la vostra educazione sentimentale è incompleta. È un viaggio di sola andata verso il lato selvaggio della vita, dove la bellezza è sempre macchiata e il rock’n’roll è l'unica religione possibile. Cinque stelle avvolte nel cuoio nero. Amen.


http://glamidols.tumblr.com/





Ascolta anche: LOU REED - Rock n Roll Animal [live] (RCA Victor, 1974)

DEVO - Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! (1978)

DEVO (1972 – Kent, OH, USA)
Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! LP (Warner Bros. US/Virgin UK) ✯✯✯✯✯
28 Agosto 1978 (#78 US; #12 UK)

Genere: New Wave | Post-Punk | Art Punk | Zolo

Lato A
1.Uncontrollable Urge 3:09 *
2.(I Can’t Get Me No) Satisfaction 2.38 *
3.Praying Hands 2:48
4.Space Junk 2:14 *
5.Mongoloid 3:42 *
6.Jocko Homo 3:39 *

Lato B
7.Too Much Paranoias 1:55
8.Gut Feeling 4:54
9.(Slap Your Mammy) 0:51
10.Come Back Jonee 2:53
11.Sloppy (I Saw My Baby Gettin’) 2:36
12.Shrivel Up 3:04

FORMAZIONE
Bob Mothersbaugh: chitarra solista, cori
Mark Mothersbaugh: voce, chitarra, tastiere
Bob Casale: chitarra ritmica, tastiere, cori
Gerald Casale: basso, voce, tastiere
Alan Myers: batteria

Collaboratori
Brian Eno: synth (4 – 12), voce distorta (4)

Produzione: Brian Eno
Registrazione: Conny Plank’s Studio (Colonia, GER)
Grafica: Erik Munsön
Durata: 34:24

DISCOGRAFIA (1978-84)
Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! (Warner Bros., 1978) *
Duty Now For The Future (Warner Bros., 1979) *
Freedom Of Choice (Warner Bros., 1980) *
Live EP (live) (Warner Bros., 1980)
New Traditionalists (Warner Bros., 1981)
Oh, No, It’s Devo (Warner Bros., 1982)
Shout (Warner Bros., 1984)

“They tell us that we lost our tails
Evolving up from little snails
I say it's all just wind in sails
Are we not men?
We are DEVO!”

Jocko Homo

Peccatori, gettate via le vostre chitarre scordate e spegnete le valvole dei vostri amplificatori sgangherati. Oggi non si celebra la carne, si celebra la plastica. Oggi non si urla alla luna, si obbedisce alla macchina. Da Akron, Ohio, la terra dove il caucciù si trasforma in pneumatici e i sogni in fumo industriale, arrivano i cinque cavalieri della De-evoluzione.

Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! non è un album. È un manuale di istruzioni per sopravvivere al collasso della civiltà occidentale.

Mentre il mondo bruciava tra le fiamme del punk, i Devo osservavano le ceneri con la freddezza di un tecnico di laboratorio. Hanno capito tutto: l’uomo non sta evolvendo, sta tornando scimmia, ma una scimmia ammaestrata che batte il tempo su un sintetizzatore. Il "Duca Bianco" Bowie lo aveva predetto, e il druido Brian Eno li ha portati in Germania per estrarre il veleno dai loro circuiti.

Ascoltate cosa hanno fatto a "Satisfaction". Hanno preso il totem sacro di Jagger e Richards, lo hanno spogliato di ogni lussuria e lo hanno trasformato in un ballo di San Vito meccanico. È un sacrilegio meraviglioso. Non c’è più il blues, c’è solo il ticchettio di un orologio che segna l'ora della nostra fine.

"Jocko Homo" è la nostra messa cantata. "Siamo noi uomini? Siamo Devo!". È il grido degli emarginati che hanno smesso di fingere di essere normali. Brani come "Mongoloid" e "Uncontrollable Urge" sono proiettili di ritmo sincopato, chitarre che non vibrano ma tagliano come lamine di acciaio in una fabbrica di Akron. Non c'è spazio per il sentimento, solo per l'urgenza controllata di chi sa che il futuro è una tuta gialla e un cappello a forma di tempio.

E poi c’è "Gut Feeling", fratelli. Quel crescendo che sembra non finire mai, un’ascesa verso un paradiso elettrico che ci ricorda che, sotto la plastica, batte ancora un cuore, per quanto malato e deforme.

Il Verdetto: Se pensate che il rock sia ancora questione di sudore e lacrime, siete rimasti al secolo scorso. I Devo sono qui per dirvi che siete dei mutanti in un mondo di automi. Questo disco è il cortocircuito definitivo. Compratelo, indossate la vostra maschera protettiva e preparatevi a marciare verso il regresso. Cinque stelle di gomma sintetica. Amen.









Ascolta anche: DEVO - Freedom of Choice (Warner Bros., 1980)

SIOUXSIE AND THE BANSHEES - The Scream (1978)

SIOUXSIE AND THE BANSHEES (1976/2002 – London, Greater London, UK)
The Scream LP (Polydor UK/Polydor US) ✯✯✯✯✯
14 Novembre 1978 (#12 UK)

Genere: Post-Punk

Lato A
1.Pure 1:50
2.Jigsaw Feeling 4:37 *
3.Overground 3:48 *
4.Carcass 3:49 *
5.Helter Skelter 3:46 *

Lato B
6.Mirage 2:48 *
7.Metal Postcard 4:13
8.Nicotine Stain 2:57
9.Suburban Relapse 4:10 *
10.Switch 6:51 *

FORMAZIONE
Siouxsie Sioux: voce
Steven Severin: basso
John McKay: chitarra, sax
Kenny Morris: batteria, percussioni

Produzione: Siouxsie And The Banshees | Steve Lillywhite
Registrazione: RAK Studios (Londra, UK)
Grafica: Siouxsie And The Banshees
Durata: 39:04

DISCOGRAFIA (1978-87)
The Scream (Polydor, 1978) *
Join Hands (Polydor, 1979)
Kaleidoscope (Polydor, 1980) *
Juju (Polydor, 1981) *
A Kiss In The Dreamhouse (Polydor, 1982) *
Nocturne 2LP [live] (Wonderland, 1983) *
Hyaena (Wonderland, 1984)
Tinderbox (Wonderland, 1986)
Through The Looking Glass (Wonderland, 1987)

"Be a carcass... be a dead pork
Be limblessly in love"

Carcass

Fratelli, sorelle, mettetevi il cappotto più pesante che avete: stiamo per entrare nell’era glaciale. Se pensavate che il 1978 fosse solo creste colorate e tre accordi sputati in faccia al sistema, i Banshees sono qui per ricordarvi che il vero terrore non urla, ma ti gela il sangue nelle vene con un sussurro.

The Scream non è un esordio; è una dichiarazione di guerra al passato, un esorcismo collettivo celebrato tra le mura dei RAK Studios. Mentre i loro compagni di barricate nel Bromley Contingent si perdevano nel caos, Siouxsie e i suoi seguaci decidevano di costruire una cattedrale di vetro e metallo dove il silenzio fa più paura del rumore.

Dimenticate la batteria "umana". Kenny Morris percuote i tom come se stesse officiando un rito pagano in una fabbrica abbandonata: niente piatti, niente aria, solo il battito sordo di un cuore che sta per fermarsi. E sopra questo tappeto tribale, John McKay incide la pelle con una chitarra che non suona accordi, ma sputa lame di rasoio ricoperte di flanger. È un suono spaziale, vuoto, spietato.

Al centro di tutto c'è Lei. Siouxsie non canta per compiacervi; lei vi osserva dall'alto di un piedistallo fatto di ghiaccio e rossetto nero. In "Carcass" ci sbatte in faccia il marciume della carne, in "Metal Postcard" trasforma la memoria storica in un incubo industriale, mentre la loro versione di "Helter Skelter" è lo stupro definitivo del sacro: prendono i Beatles e li trascinano in un vicolo buio per lasciarli lì a sanguinare nero.

Non c'è spazio per il calore umano in questo disco. Persino l’apertura di "Pure" è un test di resistenza: quanto tempo riuscite a reggere prima che l’urlo arrivi a squarciare il velo? The Scream è il momento esatto in cui il Rock ha smesso di guardarsi le scarpe e ha iniziato a guardare l'abisso, scoprendo che l'abisso ha gli occhi truccati e un piglio aristocratico.

Il Verdetto: Il peccato originale del post-punk. Un album monumentale che ha ridefinito i confini dell'inquietudine. Se non sentite i brividi scorrere lungo la schiena quando parte il basso di "Jigsaw Feeling", siete già stati dichiarati clinicamente morti. Cinque stelle immerse nel cobalto di una piscina vuota. Amen.






Ascolta anche: SIOUXSIE AND THE BANSHEES - The Scream [Deluxe Edition] 2CD (Polydor, 2005)