Peccatori cresciuti tra
le esalazioni d'asfalto del Queens, fedeli al divino comandamento del "one-two-three-four": raddrizzate la schiena. Se il debutto omonimo
del 1976 era stato il Big Bang che ha polverizzato i dinosauri del rock
classico, Leave Home è la conferma
che quel miracolo a tre accordi non è stato un incidente di
percorso, ma l'inizio di una gloriosa e implacabile dittatura sonora.
Nel gennaio del 1977 i
quattro fratelli di New York erano già pronti a raddoppiare la posta, più
puliti nella produzione ma ancora più feroci nell'attitudine. Non c'è
filosofia, non c'è introspezione: c'è solo il bisogno fisico di scaricare la
tensione.
La
messa si apre con la spietata ironia di "Glad to See You Go", un addio al cianuro firmato da Dee Dee che mette subito in chiaro le
cose: la velocità d'esecuzione è ormai una legge fisica intangibile. Il
drumming metronomico di Tommy Ramone
e i downstroke ossessivo-compulsivi della chitarra di Johnny non lasciano spazio ai respiri. Sopra questo muro di suono,
la voce di Joey oscilla
miracolosamente tra il romanticismo da brivido di "I Remember You" e la follia clinica di "Gimme Gimme Shock Treatment", un inno all'elettroshock trattato alla stregua di
un gioco da spiaggia.
E poi, fratelli, c'è il
momento del culto: "Pinhead". Se non vi scatta qualcosa
dentro quando Joey intona il grido di battaglia definitivo "Gabba
Gabba Hey", allora la vostra anima è perduta per sempre tra i meandri
di un assolo di tastiera lungo venti minuti. Ispirata al capolavoro
cinematografico Freaks di Tod
Browning, è l’adunata degli esclusi che hanno deciso di conquistare il mondo.
Il
resto è una carrellata di proiettili pop-punk sparati a bruciapelo. Il
manifesto tossico di "Carbona Not
Glue" (destinato a essere rimosso dalle stampe successive per beghe di
copyright sul marchio del solvente), la marcia militare condensata in meno di
due minuti di "Commando" e
il tributo ai fedeli della prima ora con "Suzy Is a Headbanger". C'è spazio anche per il sacro furto
di "California Sun", dove i nostri dimostrano che se i
Beach Boys fossero nati tra le macerie del Queens, avrebbero suonato
esattamente così.
Il Verdetto: Se
il primo album vi ha aperto gli occhi, Leave Home vi costringe a
camminare spediti verso il centro del pogo. È veloce, è stupido, è bellissimo. È il pop che
incontra la motosega in un vicolo buio e decide che dopotutto sono fatti l'uno
per l'altra. Se non avete questo vinile sul vostro altare domestico, siete solo
dei turisti dell'underground. Cinque stelle nere come la giacca di cuoio di Dee
Dee. Amen.







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