I am an anarchist
Don't know what I want, but I know how to get it
I wanna destroy the passersby"
Anarcy in the U.K.
Eretici del Giubileo
d'Argento, parrocchiani cresciuti tra i fumi della case popolari di una Londra
in fiamme: inginocchiatevi, ma non davanti alla Regina. Se pensate che il Rock
sia fatto di assoli infiniti e maghi del sintetizzatore, questo album è il
meteorite che viene a cancellare la vostra esistenza borghese.
McLaren,
quel demonio di un mercante di vestiti, pensava di aver creato un giocattolo
per scandalizzare la City. Ma non aveva fatto i conti con Johnny Rotten.
Quando quel ragazzo con i denti marci e lo sguardo di chi ha visto la fine del
mondo ha aperto bocca, non ne è uscito uno slogan pubblicitario: è uscito il
vomito di una nazione intera.
Never Mind the Bollocks non è un disco
"sporco", fratelli: è una bomba carta lanciata dentro Westminster,
l'anno zero di una rivoluzione nata per distruggere tutto, compresa se stessa. Chris
Thomas ha preso il marciume di una generazione senza futuro e l'ha sigillato in
un vinile perfetto. La chitarra di Steve Jones ruggisce, morde, ti
spinge contro il muro con una forza che i Led Zeppelin si sognavano. Le linee
melodiche — lasciate in dote dal genio pop di Glen Matlock prima di essere cacciato — sono micidiali, ritornelli
killer camuffati da ordigni da guerriglia urbana.
Dall'apertura
marziale di "Holidays in the Sun" capisci che non
c'è via di fuga. Johnny Rotten si presenta al mondo come una creatura teatrale
degna di un dramma di Shakespeare recitato in un vicolo cieco: arrotola le
"r", ringhia, rantola e sputa veleno con un'autorità spaventosa. E
quando parte il basso di "God Save
the Queen" - suonato da Jones, dato che Sid Vicious era utile per le
foto ma tragicamente incapace di azzeccare una nota - i lampadari di Buckingham
Palace tremano ancora oggi. Non è solo politica, peccatori: è rabbia
esistenziale pura, distillata in tre minuti di pop radioattivo.
Non
c'è un solo secondo di tregua in questa carrellata di insulti. Si passa dallo
sfrontato inno alla vacuità adolescenziale di "Pretty Vacant", fino alla bava iconoclastica di "No Feelings", allo schiaffo finale
in faccia all'industria discografica di "E.M.I.". Sentite "Bodies": un assalto
viscerale sul dramma dell'aborto. O "Anarchy in the UK",
dove l'Anticristo fa la sua comparsa ufficiale tra le note di un riff che è l’Atto
di Nascita della nostra fede. Non cercate virtù qui, cercate la Verità. E la
verità fa male.
Il
fantasma di questo disco continuerà a perseguitare ogni adolescente che
imbraccia una chitarra per dire "vaffanculo" al mondo. Questo è
l'unico sacramento di cui avete bisogno se volete capire perché siamo ancora
qui a parlare di Punk dopo cinquant'anni.
Il Verdetto: Un’opera arrogante, incivile, commercialmente calcolata eppure artisticamente devastante. Se non sentite il bisogno di incendiare il perbenismo ogni volta che Steve Jones gratta la prima corda, siete già parte del sistema che Rotten voleva abbattere. Cinque sputi sulla faccia della Regina e un brindisi al collasso del Regno Unito. Amen.









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