Yeah baby I see you on my TV set
I cut your head off and put it in my TV set
I use your eyeballs for dials on my TV set
I watch TV”
TV Set
Sorelle, fratelli, peccatori dall’anima profanata e la giacca di pelle lercia: prostratevi. Se il rock & roll fosse un sabba di negromanzia celebrato in un cimitero abbandonato, questo sarebbe il Vangelo apocrifo, inciso con una tale dose di riverbero malvagio da far tremare le fondamenta della vostra sanità mentale. Lux Interior e Poison Ivy, figli illegittimi di Hasil Adkins e Link Wray, si palesano come due sacerdoti feticisti di un culto voodoo-rockabilly per lasciarci in eredità il loro testamento più marcio e primordiale. Songs The Lord Taught Us è la reinvenzione totale di linguaggi ormai sepolti e dimenticati, la summa di un rito iniziato anni prima tra i negozi di seconda mano e l'ossessione per la cultura trash. Tutto in questo vinile suona sbagliato, ed è per questo che è fottutamente perfetto.
Il miracolo di questa eresia blasfema risiede nella sua totale nudità strumentale. Senza un basso elettrico a dettare l’ordine, forse perché mangiato da qualche strana e terrificante creatura che popola i loro sogni, le chitarre di Poison Ivy e Bryan Gregory non si limitano a suonare, ma si accoppiano e si fanno a pezzi a vicenda. Da un lato Ivy scardina riff affilati e sensuali, muovendosi con la freddezza di un’assassina; dall'altro il vampiresco Gregory contrappone un muro di distorsione satura, agendo come un predatore notturno tra rumori mefistofelici e fuzz frenetici ottenuti spingendo al collasso vecchi amplificatori valvolari sul punto di esplodere. A tenere in piedi questa baracca barcollante ci pensa il drumming tribale, rigido ed essenziale di Nick Knox: un catatonico in completo scuro che riduce la batteria a un battito cardiaco piatto, un metronomo umano che sembra scandire il tempo per un sacrificio umano. È su questa base malata che si staglia la figura divina e grottesca di Lux Interior: un frontman invasato che si scatena sul palco e si contorce in preda a una possessione sessuale e malata, alternando singhiozzi erotici a urla da licantropo in calore, usando il microfono come un'estensione della sua perversione carnale. Lux striscia tra i solchi del disco, singhiozza, mastica le parole, ansima come un maniaco al telefono e si deforma, cancellando il confine tra il cantante rockabilly e la creatura da laboratorio.
Ascoltate "TV Set", un pezzo che narra la follia omicida di uno psicopatico con un ritmo surf viscido e disseminato di ululati. "Tear It Up" è una cover deviata ridotta a un cumulo di macerie fumanti. In "Mad Daddy" la cadenza è una convulsione epilettica che mima le vecchie trasmissioni radiofoniche pirata, mentre la celebre "Garbageman" avanza con la grazia pesante e minacciosa di un Frankenstein che ha appena scoperto il sesso. Qui il garage dei Sessanta si sposa con un’epica occulta registrata nei leggendari Sun Studios di Memphis, sotto lo sguardo complice e allucinato del produttore Alex Chilton, che ha iniettato dosi massicce di eco cavernosa nelle vene dei brani, catturando il suono del fango del Tennessee per plasmarlo in melma radioattiva. Quando parte la dissacrazione di "Rock on the Moon" o il delirio adolescenziale di "I Was a Teenage Werewolf" il disegno dei Cramps si fa spietatamente chiaro: trasformare la spazzatura culturale americana in un B-movie dell'orrore a base di brillantina andata a male, mutazioni genetiche e sexy shop di quart'ordine, per rivenderla sotto forma di arte maledetta.
Sul finire degli anni Settanta, pur condividendo il palco lercio del CBGB con i mostri sacri della scena punk newyorkese, i Cramps decidono che l'unica rivoluzione possibile è una regressione totale allo stato brado. In pieno revival nostalgico, la band squarcia il velo d'ipocrisia sugli anni Cinquanta, rivelando che quel decennio non era fatto solo di gonne a ruota, frappè al cioccolato e sguardi puliti alla Happy Days, ma celava dietro di sé un ricettacolo di mostri, pervertiti e delinquenti dell’asfalto con cattive intenzioni. Songs the Lord Taught Us è la dimostrazione che il rock'n'roll, quando è autentico, è una malattia venerea dello spirito. Di lì a poco, Gregory sarebbe svanito nel nulla con un furgone rubato carico di strumenti, pronti a essere sacrificati per nutrire i suoi veleni personali, mentre il pubblico di Milano avrebbe sommerso di sputi la band durante il tour con i Police del 1980. Maledetti.
Il Verdetto: Il manuale definitivo dello psychobilly. Un disco che non si
ascolta, ma si subisce come una possessione demoniaca. Se le prime note di
"Strychnine" non vi
spingono a scavare una buca nel giardino per risvegliare i demoni privati che
vi portate dentro, allora restate pure nel vostro mondo di plastica e
canzonette educate. Questa liturgia è un banchetto per pochi eletti, un rito
che non concede sconti a chi ha paura di sporcarsi le mani con le radici più
malate del rock'n'roll. Cinque schizzi di liquidi corporei non identificati
in uno striptease nei vicoli ciechi di Hollywood.
Amen.






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