Flicker, flicker, flicker blam, pow, pow
Stairway scare, Dan Dare, who's there?"
Astronomy Domine
Fratelli del terzo occhio, gettate via le vostre bussole e
preparatevi a smarrirvi: qui non serve ossigeno, basta un acido ben tagliato e
un briciolo di follia infantile. Se i Pink Floyd successivi si sono persi tra i
muri dell'autocelebrazione, il Pifferaio di Syd Barrett ci invita a lasciare i nostri pulpiti polverosi
per correre dietro a un gatto siamese o a uno spaventapasseri solitario.
The Piper at the Gates Of Dawn non è un album di canzoncine, è una tempesta di dannazione celestiale che
profuma di incenso, vernice fresca e visioni proibite. Syd ci insegna a sfidare la gravità della logica, proiettandoci oltre le
Colonne d’Ercole del Rock per abitare la nuda verità del sogno. È
un’orgia di rock spazio-lisergico che esplode tra un riff elastico e una
sinfonia allucinata.
La voce di Barrett sussurra segreti rubati ai libri di
favole mentre la sua chitarra erutta cascate di luce liquida. Al suo fianco,
una trinità di studenti d’architettura prova a dare una struttura solida
al caos: Mason accarezza le pelli con tocco jazz, Wright strappa lamenti spaziali dal suo Farfisa e
Waters scandisce un basso ossessivo, inconsapevole che un giorno diventerà il
carceriere della sua stessa leggenda.
Quando partono i segnali morse di “Astronomy
Domine”, non siete più in camera vostra: siete polvere stellare in
un'epopea cosmica che non conosce fine. Ma è nelle miniature come “The Gnome” o “Bike”
che si compie il miracolo: un pop anarchico e temerario che non ha bisogno di
virtuosismi per portarti su mondi migliori, purtroppo solo immaginari.
Il Verdetto: Un sacramento di visioni ingenue e feroci e onestà brutale. La prova che per toccare il cielo non servono macchine costose, ma solo un cuore abbastanza fragile da rompersi in mille specchi. Se non sentite la realtà vacillare sotto i colpi di Interstellar Overdrive, siete già prigionieri di una vita troppo lucida e senza visioni. Amen.








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