È la noia che scava dentro me
Eroi nel vento
Solo noia che scava dentro me"
Eroi nel vento
Peccatori, oggi la vostra anima non sarà
purificata dalle acque dell'Arno, ma dal fumo nero di una candela accesa in una
cantina di via de' Bardi. Non è la nebbia industriale di Manchester e nemmeno il nichilismo tossico di Berlino; è un'oscurità diversa. Siamo nel marzo del 1985 e i Litfiba hanno appena
consegnato al mondo il loro primo, vero sacramento: Desaparecido.
Questo non è un disco, fratelli, è un
viaggio senza ritorno verso Oriente. Con le scarpe sporche di fango post-punk e
il cuore che batte al ritmo di una danza tzigana, la I.R.A. Records timbra un
vinile immortale. La foto sul retro copertina dice tutto: loro cinque bardati
in cappotti scuri, sguardi truci da estetica decadente arroccati su un cumulo
di pietre. La musica dentro è l’alchimia del quintetto perfetto: la chitarra di
Ghigo Renzulli taglia l'aria come
una scimitarra, il basso di Gianni Maroccolo
è una colonna portante pizzicata col plettro, le tastiere di Antonio Aiazzi oscillano tra allucinazioni darkwave e miraggi nel deserto, mentre
la batteria del compianto Ringo De Palma
pesta dirompente e precisa. E poi c'è lui, il giovane sciamano Piero Pelù, che non canta: evoca
spettri e detta le nuove regole del vocalismo italiano allungando le vocali
come lame.
Aprite le
orecchie! Ascoltate "Eroi nel vento", una cavalcata epica
e disperata, il grido di chi non vuole essere carne da cannone per il sistema, dietro
cui si cela un velo di malinconia. Inginocchiatevi davanti a "La Preda", un inseguimento furioso
guidato dal basso incalzante di Maroccolo dove il cacciatore diventa preda, e
subito dopo al cospetto di "Lulù e Marlene", una ballata
che puzza di cabaret decadente, capace di far apparire vivi gli oggetti nella
stanza se solo osate alzare il volume.
Ma è nelle suggestioni visionarie che i
Litfiba compiono la magia. Prendono la New Wave, le tolgono il cappotto grigio londinese
e le mettono addosso i colori di un bazar, il calore del sole mediterraneo e la polvere della strada. In
"Istanbul" il recitato
arabo sembra raccogliere il testimone dagli Area, lanciando un'estatica contemplazione sospesa tra due mondi
che ha spinto un'intera generazione a viaggiare verso Oriente. Con "Tziganata" le tastiere diventano
violini e profumano di sesso e lame che scintillano; in "Pioggia di luce", invece, si
respira l'odore del misticismo, un’anomalia raffinata che si congeda con
l'elegante assolo di chitarra dell'ospite Hanno Rinne. Nella title-track "Desaparecido" il lirismo è
massimo: il dramma delle madri di Plaza de Mayo diventa un lamento ipnotico che
vi obbliga a muovervi, perché l'indifferenza è il peccato più grave. E infine
"Guerra", il pezzo che li
accompagna da sempre: una marcia marziale, una contemplazione passiva e triste
che esplode in un finale di caos insostenibile, dove le frequenze degli
strumenti si disintegrano sotto i colpi di un bombardamento vero.
I Litfiba di quella stagione sono la
risposta a ogni nostra preghiera di riscatto. Hanno preso la lingua di Dante e
l'hanno piegata ai desideri di una chitarra distorta, creando un mondo dove la
politica è poesia e il rock è una danza sacra intorno al fuoco.
Il Verdetto: La consacrazione del rock italiano
moderno. Un capolavoro esoterico e politico partorito da una Firenze
sotterranea che non esiste più. Il disco che ha insegnato a una nazione che si
può essere internazionali restando se stessi. Se Desaparecido è un sogno, speriamo solo di non svegliarci mai. Quattro
bracieri accesi di incenso e vento rivoluzionario. Amen.
Questo testo è liberamente ispirato allo
storico articolo del Mucchio Selvaggio (1985) scritto da Federico Guglielmi e
alla Pietra Miliare dedicata a "Desaparecido" su Ondarock

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