Fratelli della notte fonda,
figli degeneri del vizio e della perdizione metropolitana, oggi la vostra anima
non sarà purificata dall'acqua santa, ma dall'elettricità statica. C’è chi vi
racconta che la rivoluzione del 1977 sia passata per il nichilismo da cartolina
dei punk inglesi. Fesserie. Mentre Londra giocava a fare la guerra con le
spille da balia sotto l'occhio compiacente delle etichette major, nei
bassifondi più luridi e radioattivi di New York, Alan Vega e Martin Rev stavano
già celebrando il funerale del rock.
I Suicide si presentano
al mondo nudi, armati solo di un'audacia che confina con la pazzia. I critici
più pigri, non sapendo come catalogarli, li hanno definiti
"avant-garde", ma la verità è molto più sporca ed essenziale: questo
è il "New York City blues" filtrato attraverso le lenti scure della marginalità
più nera. Da una parte Alan Vega,
bizzarro scultore cresciuto tra le ombre di Brooklyn; dall'altra Martin Rev, reduce dalle sessioni più
furiose del free jazz del Bronx. Il loro unico intento è fare rumore, sputare
in faccia al mondo il collasso della civiltà stessa.
Questo debutto omonimo
non è un disco punk: è una violazione di domicilio neuro-muscolare, una
coltellata dritta al cuore del sogno americano, l'atto di nascita di un terrore
elettronico che non ha mai smesso di sanguinare. Qui non ci sono chitarre, non
c'è basso, non c'è una batteria reale. C’è solo una tastiera di seconda mano e
una drum machine del 1957 che pulsa come un polmone d'acciaio difettoso. Martin
Rev fa passare questo ferrovecchio attraverso una decina di pedali per creare
un muro di distorsioni sintetiche che suona come una pressa idraulica in un
corridoio vuoto. Sopra questo tappeto di lamiere incandescenti, Alan Vega sospira,
grida, geme, sussurra e usa il microfono come un pugnale per flagellarsi, incarnando
il fantasma di un Elvis Presley tossico e allucinato, atterrato per errore in
un'epoca sbagliata.
L'apertura
di "Ghost Rider" è rock 'n' roll ridotto alle sue funzioni vitali
sulla sella di una moto fantasma. Quel giro di synth circolare e ossessivo vi
si pianta nel cervello come un parassita, mentre Vega urla che l'America sta
uccidendo la sua gioventù. In "Rocket U.S.A." quel ritmo
martellante diventa una danza psicotica che fa da propellente agli scarni riff
di Rev. Quando arriva "Cheree", la melodia sembra concedere una
pausa dall'angoscia, ma si rivela una trappola appiccicosa e dolciastra. È una
pseudo love song urbanizzata, fredda e malinconica, concepita solo per
accentuare il brutale disagio di chi ascolta.
Ma è quando le luci si
spengono del tutto che arriva il momento del martirio. "Frankie
Teardrop" è una discesa agli inferi senza ritorno. La storia di
un giovane operaio che perde il lavoro, impazzisce, stermina la sua famiglia e
si spara. Dodici minuti di indomita follia. Nessuna armonia. Il
monotono ritmo alienante sembra il mitragliare di un'arma da fuoco, lo sfondo
perfetto per la disperazione e il suicidio per asfissia del protagonista:
"Frankie is dead". Le urla
disumane e improvvise di Vega in un vortice di feedback e riverbero sono un
attacco di panico tradotto in vinile, uno shock claustrofobico intollerabile.
Prodotto
insieme a Craig Leon e pubblicato dall’eroico Marty Thau, l’album fu un totale fiasco
commerciale. Troppo estremo. Le radio si rifiutarono persino di pronunciare il
nome "Suicide". Dal vivo era ancora peggio: una fama sinistra li
precedeva, scatenando rivolte in cui il pubblico inferocito riversava sul palco
sputi, insulti, bottiglie e sedie, in un crescendo di frustrazione che spesso
veniva placato solo dai lacrimogeni della gendarmeria. Erano troppo persino per
i punk.
Il Verdetto: L'elettroshock
definitivo. Il disco che ha reso il silenzio insopportabile e il rumore
necessario. Se riuscite ad ascoltare “Frankie Teardrop” al buio senza sentire
il fiato della follia sul collo, mentre il mondo intorno a voi va a pezzi, allora
siete già morti dentro. Cinque fili dell'alta tensione scoperti in un
seminterrato di Manhattan. Amen.





Nessun commento:
Posta un commento