SUICIDE - Suicide (1977)

SUICIDE (1970/2016 – New York, NY, USA)
Suicide LP (Red Star US/Bronze UK) ✯✯✯✯✯
28 Dicembre 1977 (US) – 11 Luglio 1978 (UK)

Genere: Synth Punk | Minimal Wave

Lato A
1.Ghost Rider 2:32 *
2.Rocket U.S.A. 4:15 *
3.Cheree 3:46 *
4.Johnny 2:08
5.Girl 3:20

Lato B
6.Frankie Teardrop 10:24 *
7.Che 4:50

FORMAZIONE
Alan Vega: voce
Martin Rev: tastiere

Produzione: Craig Leon | Marty Thau
Registrazione: Ultima Studios (New York, USA)
Grafica: Timothy Jackson
Durata: 32:07

DISCOGRAFIA (1977-88)
Suicide (Red Star, 1977) *
Suicide: Alan Vega/Martin Rev (ZE, 1980) *
Half Alive cass. [live] (ROIR, 1981)
Ghost Riders cass. [live] (ROIR, 1986)
A Way Of Life (Wax Trax!, 1988)

“Ghost Rider motorcycle hero
Hey baby, baby, baby he's a-screamin' the truth
America, America is killin' its youth
Hey baby, baby, baby he's a-screamin' away”
Ghost Rider

Fratelli della notte fonda, figli degeneri del vizio e della perdizione metropolitana, oggi la vostra anima non sarà purificata dall'acqua santa, ma dall'elettricità statica. C’è chi vi racconta che la rivoluzione del 1977 sia passata per il nichilismo da cartolina dei punk inglesi. Fesserie. Mentre Londra giocava a fare la guerra con le spille da balia sotto l'occhio compiacente delle etichette major, nei bassifondi più luridi e radioattivi di New York, Alan Vega e Martin Rev stavano già celebrando il funerale del rock.

I Suicide si presentano al mondo nudi, armati solo di un'audacia che confina con la pazzia. I critici più pigri, non sapendo come catalogarli, li hanno definiti "avant-garde", ma la verità è molto più sporca ed essenziale: questo è il "New York City blues" filtrato attraverso le lenti scure della marginalità più nera. Da una parte Alan Vega, bizzarro scultore cresciuto tra le ombre di Brooklyn; dall'altra Martin Rev, reduce dalle sessioni più furiose del free jazz del Bronx. Il loro unico intento è fare rumore, sputare in faccia al mondo il collasso della civiltà stessa.

Questo debutto omonimo non è un disco punk: è una violazione di domicilio neuro-muscolare, una coltellata dritta al cuore del sogno americano, l'atto di nascita di un terrore elettronico che non ha mai smesso di sanguinare. Qui non ci sono chitarre, non c'è basso, non c'è una batteria reale. C’è solo una tastiera di seconda mano e una drum machine del 1957 che pulsa come un polmone d'acciaio difettoso. Martin Rev fa passare questo ferrovecchio attraverso una decina di pedali per creare un muro di distorsioni sintetiche che suona come una pressa idraulica in un corridoio vuoto. Sopra questo tappeto di lamiere incandescenti, Alan Vega sospira, grida, geme, sussurra e usa il microfono come un pugnale per flagellarsi, incarnando il fantasma di un Elvis Presley tossico e allucinato, atterrato per errore in un'epoca sbagliata.

L'apertura di "Ghost Rider" è rock 'n' roll ridotto alle sue funzioni vitali sulla sella di una moto fantasma. Quel giro di synth circolare e ossessivo vi si pianta nel cervello come un parassita, mentre Vega urla che l'America sta uccidendo la sua gioventù. In "Rocket U.S.A." quel ritmo martellante diventa una danza psicotica che fa da propellente agli scarni riff di Rev. Quando arriva "Cheree", la melodia sembra concedere una pausa dall'angoscia, ma si rivela una trappola appiccicosa e dolciastra. È una pseudo love song urbanizzata, fredda e malinconica, concepita solo per accentuare il brutale disagio di chi ascolta.

Ma è quando le luci si spengono del tutto che arriva il momento del martirio. "Frankie Teardrop" è una discesa agli inferi senza ritorno. La storia di un giovane operaio che perde il lavoro, impazzisce, stermina la sua famiglia e si spara. Dodici minuti di indomita follia. Nessuna armonia. Il monotono ritmo alienante sembra il mitragliare di un'arma da fuoco, lo sfondo perfetto per la disperazione e il suicidio per asfissia del protagonista: "Frankie is dead". Le urla disumane e improvvise di Vega in un vortice di feedback e riverbero sono un attacco di panico tradotto in vinile, uno shock claustrofobico intollerabile.

Prodotto insieme a Craig Leon e pubblicato dall’eroico Marty Thau, l’album fu un totale fiasco commerciale. Troppo estremo. Le radio si rifiutarono persino di pronunciare il nome "Suicide". Dal vivo era ancora peggio: una fama sinistra li precedeva, scatenando rivolte in cui il pubblico inferocito riversava sul palco sputi, insulti, bottiglie e sedie, in un crescendo di frustrazione che spesso veniva placato solo dai lacrimogeni della gendarmeria. Erano troppo persino per i punk.

Il Verdetto: L'elettroshock definitivo. Il disco che ha reso il silenzio insopportabile e il rumore necessario. Se riuscite ad ascoltare “Frankie Teardrop” al buio senza sentire il fiato della follia sul collo, mentre il mondo intorno a voi va a pezzi, allora siete già morti dentro. Cinque fili dell'alta tensione scoperti in un seminterrato di Manhattan. Amen.






Ascolta anche: SUICIDE - Suicide + Live at CBGB's 1977 & 23 Minutes Over Brussels 2CD (Blast First, 1998)

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