Fratelli
del lato oscuro: riponete i vostri ombrelli di pizzo e preparatevi.
Se il Dark fosse un genere cinematografico, questo sarebbe il Noir definitivo, girato in un bianco e
nero così contrastato da bruciarvi le pupille. Non stiamo parlando di una band,
ma di un dogma che si incarna tra le nebbie industriali di Leeds per lasciarci
in eredità il suo testamento più alto e doloroso.
First
and Last and Always è la summa di un
pellegrinaggio iniziato nel 1980, centellinato in una sequenza di singoli ed EP che oggi
sono reliquie. È qui, tra questi dieci solchi, che il Verbo di Andrew Eldritch si
fa pietra angolare. Eldritch non è un cantante: è un traghettatore di anime
nell'ombra, con una voce che sembra provenire direttamente da una catacomba,
glaciale e abrasiva al punto giusto.
Dietro
di lui, a tessere questa trama di nero, la formazione che ogni peccatore dovrebbe
conoscere a memoria: Gary Marx, Craig Adams e quel diavolo di Wayne Hussey, che
porta con sé una sensibilità melodica quasi "sixties" per poi
annegarla nel fumo nero della Blank
Generation. E poi, sullo sfondo, il battito marziale e disumano di Doktor
Avalanche, la drum-machine che scandisce il tempo di una disperazione che non
concede sconti.
L'album
è un’imponente architettura di suono e poesia dark visionaria. Iniziatevi alla frenesia di
"Walk Away", un
pezzo che vorrebbe essere pop ma finisce per diventare un addio amaro
sussurrato al vento in una notte che non vuole finire mai. Perdetevi tra le fiamme gelide di "Black Planet" o nei
labirinti malati di "Marian", dove il fantasma di Leonard Cohen viene evocato non per
consolare, ma per tormentare. Ogni episodio è un incantesimo: dalla
solennità epica della title-track fino a quella pietra tombale che risponde al
nome di "Some Kind of
Stranger", sette minuti di nebbia sulfurea lasciata cadere sulla
nostra speranza.
Certo,
la congregazione si sarebbe sciolta di lì a poco tra carte bollate e veleni,
con Hussey e Adams pronti a cercare la luce con i Mission e Eldritch a
barricarsi nel suo castello di rock sinfonico pacchiano. Ma in questo 1985, per
un momento irripetibile, i Sisters Of Mercy sono stati l'Alfa e l'Omega del
nostro disagio.
Il
Verdetto: Un capolavoro assoluto che
incute soggezione, un’attrazione fatale che non smette di esercitare il suo
magnetismo. Se non sentite l'irresistibile impulso di svanire in una nuvola di
ghiaccio secco ogni volta che parte l'intro di "No Time To Cry", allora tornate pure a scaldarvi alla
luce del sole: questa liturgia di fumo e disperazione non è pane per i vostri
denti. Cinque stelle di freddo marmo nero. Amen.
Ascolta anche: THE SISTERS OF MERCY - Some Girls Wander By Mistake [ant. 1980-83] (Merciful Release, 1992)
THE CURE (1976 – Crawley, West Sussex, UK) Faith LP (Fiction UK) ✯✯✯✯✰
17 Aprile 1981 (#14 UK)
Genere: Gothic Rock | Post-Punk
Lato A
1. The Holy Hour 4:25
2. Primary 3:35 *
3. Other Voices 4:28 *
4. All Cats Are Grey 5:28 *
Lato B
5. The Funeral Party 4:14 *
6. Doubt 3:11
7. The Drowning Man 4:50
8. Faith 6:43 *
FORMAZIONE Robert Smith: voce, chitarra, tastiere, synth, piano, basso Laurence Tolhurst: batteria Simon Gallup: basso
Produzione: Mike Hedges | The Cure Registrazione: Morgan Studios (Londra, UK) Grafica: Porl Thompson Durata: 36:54
DISCOGRAFIA (1979-89) Three Imaginary Boys (Fiction, 1979) * Boys Don’t Cry (PVC, 1980) * Seventeen Seconds (Fiction, 1980) * Faith (Fiction, 1981) * Pornography (Fiction, 1982) * Japanese Whispers EP (Fiction, 1983) The Top (Fiction, 1984) * Concert – The Cure Live [live] (Fiction, 1984) The Head On The Door (Fiction, 1985) * Kiss Me Kiss Me Kiss Me 2LP (Fiction, 1987) Disintegration (Fiction, 1989) *
"I went away alone… With nothing left but faith"
Faith
Fratelli, sorelle, smettete di cercare la luce. Non c’è sole tra i solchi di Faith, solo quella nebbia grigia che ti gela il pensiero e non ti lascia più. Se il Rock è spesso celebrazione della carne, qui siamo davanti alla vivisezione dell’anima. Robert Smith, con i capelli spettinati dal vento del dubbio e quel rossetto sbavato che sembra sangue rappreso, smette i panni del ragazzo immaginario per farsi sommo sacerdote di un rito funebre collettivo.
Faith è il cuore pulsante e sanguinante della trilogia oscura. Se Seventeen Seconds era un sussurro autunnale, questo disco è un grido soffocato in una cripta. È un lavoro "chiuso", un monolite impenetrabile che sfida l’ascoltatore a trovarvi un appiglio di gioia. Non ne troverete.
Ascoltate "The Funeral Party": non è musica, è un madrigale mesto che ti trascina in processione dietro a un feretro di sogni infranti. O "All Cats Are Grey", dove il battito cardiaco della batteria sembra l'unico segno di vita in un mondo diventato polvere. Qui il basso non detta il ritmo, detta l'agonia; le tastiere non arredano, ma tessono sudari.
C’è un unico sussulto elettrico, un'anomalia chiamata "Primary". È il singolo, è "rock", ma è un rock malato, nevrotico, che corre verso un muro senza freni. Il resto è un’immersione totale in un nulla avvolgente. E per chi aveva la fortuna di possedere la cassetta originale, il lato B era un viaggio ancora più profondo: "Carnage Visors", mezz'ora di colonna sonora astratta che i nostri tre proiettavano prima dei concerti, come a dire: "Lasciate ogni speranza, voi che entrate".
Qualcuno dice che non riesca a replicare le suggestioni di Seventeen Seconds. Eretici. Faith non deve replicare nulla, perché Faith è lo stato finale della disperazione prima della follia di Pornography. È il capolavoro della stasi, il trionfo del "niente" che diventa tutto.
Il Verdetto: Un album necessario come un colpo di tosse in una chiesa silenziosa. È l'estetica del vuoto che si fa arte eterna. Se non vi sentite morire un po' dentro mentre Robert canta la title track finale, allora siete già morti e non lo sapete. Una preghiera laica per tutti noi, smarriti nel grigio. Amen.
"Be a carcass... be a dead pork
Be limblessly in love" Carcass
Fratelli, sorelle, orfani del pogo: fate silenzio. Se pensavate che il 1978 fosse solo creste colorate e tre accordi sputati in faccia al sistema, i Banshees sono qui per ricordarvi che il vero terrore non urla, ma ti gela il sangue nelle vene con un sussurro.
The Scream non è un esordio; è una dichiarazione di guerra al passato, un esorcismo collettivo celebrato tra le mura dei RAK Studios. Mentre i loro compagni di barricate nel Bromley Contingent si perdevano nel caos, Siouxsie e i suoi seguaci decidevano di costruire una cattedrale di vetro e metallo dove il silenzio fa più paura del rumore.
Dimenticate la batteria "umana". Kenny Morris percuote i tom come se stesse attivando gli ingranaggi di un rito pagano in una fabbrica abbandonata: niente piatti, niente aria, solo il battito sordo di un cuore che sta per fermarsi. E sopra questo tappeto tribale, John McKay incide la pelle con una chitarra che non distilla accordi, ma sputa lame di rasoio ricoperte di flanger. È un suono bianco che ignora ogni conforto armonico, privo di anima blues, vuoto, spietato.
Al centro di tutto c'è Lei. Siouxsie non canta per compiacervi; lei vi osserva dall'alto di un piedistallo fatto di ghiaccio e rossetto nero. Quando
intona "Pure", il
tempo si ferma. Quella soglia di quiete apparente è un test di resistenza, è il
vuoto pneumatico prima che il mosaico impazzito di "Jigsaw Feeling" ci esploda tra le mani,
ricordandoci che la nostra identità è solo un cumulo di cocci taglienti. In "Carcass" ci sbatte in faccia il marciume della carne, in "Metal Postcard" trasforma la memoria storica in un incubo industriale, mentre la loro versione di "Helter Skelter" è lo stupro definitivo del sacro: prendono i Beatles e li trascinano in un vicolo buio per lasciarli lì a sanguinare nero.
Non c'è spazio
per il calore umano in questo disco. The Scream è il momento esatto
in cui il Rock ha smesso di compiacersi e ha iniziato a scrutare l’oscurità,
scoprendo che dietro le tenebre si celano occhi truccati e un piglio
aristocratico.
Il Verdetto:Un manifesto di alienazione che ha tracciato i confini
di tutto ciò che avremmo chiamato "dark". Se non sentite il brivido
scorrere lungo la schiena mentre "Switch"
consuma i suoi ultimi respiri, siete già stati dichiarati clinicamente morti.
Cinque stelle immerse nel cobalto di una piscina vuota. Amen.
Ascolta anche: SIOUXSIE AND THE BANSHEES - The Scream [Deluxe Edition] 2CD (Polydor, 2005)
KILLING JOKE (1978 – Notting Hill, Greater London, UK)
Killing Joke LP (EG UK/EG US) ✯✯✯✯✯
13 Ottobre 1980 (#39 UK)
Genere: Post-Punk
Lato A
1.Requiem 3:44 *
2.Wardance 3:46 *
3.Tomorrow’s World 5:25 *
4.Bloodsport 4:44
Lato B
5.The Wait 3:40
6.Complications 3:06 *
7.S.O. 36 6:30 *
8.Primitive 3:32
FORMAZIONE
Jaz Coleman: vocals, synth
Kevin “Geordie” Walker: guitar
Martin “Youth” Glover: bass
Paul Ferguson: drums, backing vocals
Produzione: Killing Joke
Registrazione: Marquee Studios (Londra, UK)
Grafica: Mike Coles
Durata: 35:10
DISCOGRAFIA (1980-86)
Killing Joke (EG, 1980) *
What’s This For…! (EG, 1981) *
Revelations (EG, 1982) *
Ha!-Killing Joke Live EP [live] (EG, 1982)
Fire Dances (EG, 1983)
Night Time (EG, 1985) *
Brighter Than A Thousand Suns (EG, 1986)
“This is music to march to
Do a war dance” Wardance
Parrocchiani del cemento e dell’acciaio: abbandonate ogni residuo di speranza. Se
pensavate che la New Wave fosse solo un gioco di frangette e malinconie da
cameretta, i Killing Joke sono pronti a conficcarvi due pollici negli occhi e a
trascinarvi direttamente nel bunker mentre le sirene antiaeree lacerano il cielo di Londra. Il nome lo hanno rubato ai Monty Python, ma qui
non c’è proprio un beneamato nulla da ridere.
Siamo nel 1980. Margaret Thatcher è appena salita al
trono di spade del Regno Unito e l'aria puzza di pioggia acida e uranio
arricchito. In questo scenario da day-after, Jaz Coleman emerge come un profeta
maniacale, un araldo che non canta, ma declama sentenze di morte da una
zona oscura dove gli spiriti di Captain Beefheart e David Thomas vagano tra le
macerie nucleari.
Lasciatevi travolgere da questa cadenza. Big Paul Ferguson non suona la
batteria: batte il tempo per una marcia funebre industriale. E sopra questo
martirio atomico, la chitarra di Geordie Walker incide l'aria con lame di
metallo arrugginito, mentre il basso di Youth pompa un funk malato, sporco di
grasso di macchina.
In "Requiem" la voce di Coleman emerge dalle tenebre come un monito divino, mentre il sintetizzatore distorce la realtà in una spirale di paranoia. "Wardance"è l'inno definitivo di una generazione che ha capito che l'unica danza rimasta è quella che si balla sulle rovine del mondo moderno. "This is music to
march to", urla Jaz, e noi non possiamo fare altro che seguire il
ritmo, burattini in una catena di montaggio che produce solo disperazione.
Ogni solco di questo vinile è intriso di una tensione claustrofobica. Non c'è spazio per il pop, se non in quella beffa
chiamata "Complications". Qui tutto è spigoloso, freddo,
implacabile. In "The Wait",con quel riff che sembra un martello pneumatico impazzito, senti l'odore della polvere da
sparo, mentre in "S.O.36" il "So dead" sputato da
Coleman arriva come il bacio di un morto vivente. È un disco che non accetta
compromessi: o sei con loro nella fonderia, o sei carne da macello.
Hanno creato il cyberpunk prima che Gibson scrivesse
una riga. Hanno inventato l'industrial prima che i Ministry smettessero di
giocare con il synth-pop. I Killing Joke hanno lasciato terra bruciata e noi,
piccoli peccatori, siamo ancora qui a raccogliere le braci radioattive di
questa pietra miliare.
Il Verdetto: Un capolavoro di oscurità metallica. Un’opera divinatoria
che ha previsto il collasso tecnologico con quarant’anni d’anticipo. Se non
sentite il bisogno di marciare verso la trincea quando parte il riff di Wardance,
siete già polvere sotto i cingolati della storia. Cinque maschere a gas nere come il petrolio. Amen.
Ascolta anche: KILLING JOKE - What's THIS For...! (E'G, 1981)
Press The Eject And Give Me The Tape [live] (Beggars Banquet, 1982)
Burning From The Inside (Beggars Banquet, 1983) *
“I do get bored, I get bored
In the flat field” In the Flat Field
Fratelli della notte perpetua, peccatori avvolti nel velluto nero e nel pallore del marmo: riponete i vostri crocifissi. Nel 1980, mentre il mondo si preparava
all'edonismo fluo del nuovo decennio, quattro becchini di Northampton decidevano che
il futuro sarebbe stato una pellicola espressionista, come una vecchia foto di famiglia
scattata in un cimitero monumentale.
Con In the Flat Field le luci si spengono definitivamente e il rock si fa teatro d'ombre, rito celebrazione dell'estetica del decadimento. Questo è il vangelo sconsacrato del gotico, il manifesto di chi ha deciso di abitare il buio.
Se i Joy Division erano il dolore che si consuma nel
silenzio di una stanza vuota, i Bauhaus sono il dolore che sale sul
palcoscenico, si trucca gli occhi e urla in faccia alla morte. Peter Murphy non
canta, fratelli; lui predica. È una creatura teatrale nata dall'unione blasfema tra
Ziggy Stardust e il Conte Dracula, capace di passare da un recitato distaccato e gelido a un grido che squarcia il cielo.
L'inizio con la claustrofobia geometrica di "Double Dare" è un avvertimento:
quel basso di David J scava una fossa profonda e fangosa, la
chitarra di Daniel Ash stride come unghie su una lavagna d'acciaio, mentre la batteria di Kevin Haskins batte un tempo che sa di patibolo. Non c'è
melodia che tenga qui, c’è solo la reiterazione ossessiva di un incubo lucido. È il
minimalismo della scuola Bauhaus applicato alla disperazione post-industriale.
Nella traccia titolo, la voce di Murphy si arrampica sulle pareti dell'isteria, muovendosi tra il rantolo e il declamato. È il preludio al voyeurismo paranoico di "Spy in the Cab", guidata da un sintetizzatore che riproduce il battito di un cuore sotto sorveglianza, prima di precipitare nell'assalto febbrile di "A God in an Alcove" e nella perversione strisciante di "Stigmata Martyr". Qui il rito tocca l'apice della blasfemia: un baccanale tribale, ossessivo, che vi costringe a muovere il corpo mentre Murphy invoca ferite che non guariranno mai.
Il finale è affidato a "Nerves". Sette minuti di tensione elettrica che sale, sale, fino a
farti esplodere i nervi, appunto. È la colonna sonora di un crollo mentale
celebrata con la solennità di una messa da requiem.
Il Verdetto: Questo è il Big Bang del Goth. Un disco spigoloso,
arrogantemente teatrale e terribilmente affascinante. Se non sentite il bisogno di
vestirvi di nero e fissare il vuoto ogni volta che parte il riff di In The
Flat Field, la vostra anima è troppo solare per essere salvata. Cinque candele nere consumate e un sudario di velluto. Amen.
Children of God 2LP (Caroline US/Product Inc UK) ✯✯✯✯✰
19 Ottobre 1987 (#3 UK Indie)
Genere: Experimental Rock | Gothic Rock
Lato A
1.New Mind 5:12 * (#4 UK Indie)
2.In My Garden 5:35
3.Our Love Lies 5:50
Lato B
4.Sex, God, Sex 6:36 *
5.Blood and Honey 4:47
6.Like a Drug (Sha La La La) 5:33
Lato C
7.You’re Not Real, Girl 4:17
8.Beautiful Child 4:52
9.Blackmail 3:31 *
10.Trust Me 4:58 *
Lato D
11.Real Love 6:20
12.Blind Love 7:44
13.Children of God 4:22
FORMAZIONE
Michael Gira: voce, tastiere, chitarra acustica
Norman Westberg: chitarra
Jarboe: voce, piano, tastiere
Algis Kizys: basso
Theodore Parsons: batteria, percussioni
Collaboratori
Simon Fraser: flauto (2)
Audrey Riley: violoncello (6)
Lindsay Cooper: oboe (9 – 10)
Wilton Barnhardt: piano (9)
Produzione: Michael Gira | Rico Conning
Registrazione: Sawmills Studios (Golant, UK)
Grafica: Michael Gira | Laura Levine | Paul White
Durata: 71:13
DISCOGRAFIA
Swans EP (Labor, 1982)
Filth (Neutral, 1983)
Cop (K22, 1984) *
Young God EP (K22, 1984)
Greed (PVC, 1986)
Holy Money (PVC, 1986)
Children Of God (Caroline, 1987) *
Love Will Tear Us Apart EP (Caroline, 1988)
The Burning World (MCA, 1989)
White Light From The Mouth Of Infinity (Young God, 1991) *
Love Of Life (Young God, 1992)
The Great Annihilator (Young God, 1995)
Soundtracks For The Blind (Young God, 1996) *
Swans Are Dead [live] (Young God, 1997)
My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky (Young God, 2010)
The Seer (Young God, 2012) *
To Be Kind (Young God, 2014)
The Glowing Man (Young God, 2016)
"Now, people, get ready
The sex in your soul will damn you to Hell" New Mind
Peccatori di ogni risma, chinate il capo, copritevi il
volto e preparatevi a subire il più violento, accecante e devastante dei
sermoni. Se pensavate che il rumore bianco degli esordi fosse il limite ultimo
del dolore, non avevate ancora fatto i conti con il vangelo nero di Michael Gira. Con Children of God, gli Swans non
escono dalle tenebre: decidono semplicemente di arredarle con marmi pregiati,
candele di sego e croci rovesciate. Non è più solo rock industriale, fratelli:
è la sconsacrazione definitiva di un'umanità agonizzante, un’apocalisse sonora,
un rituale di sottomissione e trascendenza che vi soffoca lentamente con un
drappo di velluto nero.
La grandezza di questo doppio vinile risiede nella sua
schizofrenica e spietata dualità, un dittico che vive di un
contrasto totale tra una luce accecante e l'abisso più nero. Michael Gira si
spoglia dei panni del nichilista urbano per indossare quelli di un predicatore
dei replicanti, un orco moribondo che declama profezie di sesso, Dio, potere e
dannazione. La sua voce baritonale e autoritaria è un rintocco funebre che ci
ricorda che siamo tutti carne da macello sotto lo sguardo di un Dio
indifferente. Ma la vera magia, quella che ti infligge una ferita sacra e
insanabile, è l'apparizione di Jarboe.
Una vestale oscura, una sirena che sussurra ninnananne nate tra i ghiacci di
un'era futura, capace di passare in un soffio dal lirismo di un canto
ultraterreno alle urla indemoniate di una strega sul rogo.
La prima piaga si abbatte su di noi con la titanica
"New Mind". L'incedere è
un martirio industrial-rock spaventoso: tamburi cerimoniali giganteschi e
chitarre pesanti come colate di piombo fuso avanzano inesorabili, mentre Gira
ordina di salvare le nostre anime attraverso l'obbedienza cieca. Ma la vera
perversione di questo capolavoro è il modo in cui vi culla prima di sbranarvi.
Quando Jarboe intona la litania onirica di "In My Garden", una traccia acustica e fluttuante che tesse
trame di una bellezza dolorosa, o la quiete eterea di "Blackmail", sembra quasi che ci
sia speranza. È un'illusione, fratelli. Dietro ogni raggio di sole dispensato
dalla sua voce da soprano mesmerico, si allunga il braccio secco del boia,
pronto a trascinarvi sul patibolo con le pulsazioni sotterranee di "Our Love Lies", prima che "Sex, God, Sex" esploda su un
crescendo tribale e opprimente, un vero e proprio rito di possessione che
trascina l'ascoltatore in uno stato di trance erotica e religiosa.
L'album è un calvario che si snoda tra l'estasi sciamanica,
quasi tossica, di "Like A Drug"
e il delirio apocalittico di "Beautiful
Child", dove Gira urla fino a farsi sanguinare le corde vocali, contrapposto
alle atmosfere mistiche e spettrali di "You're Not Real, Girl", dominate dall'organo e dal magnetismo lunare
di Jarboe. Fino ad arrivare alla title track finale, "Children of God", una marcia solenne e disperata che vi
costringe a guardare dritti dentro l'infinito.
Attraverso questo capolavoro maledetto, gli Swans
erigono un manuale di fanatismo ed estasi, dove il fuoco della purificazione
passa necessariamente attraverso il dolore. È un'opera monumentale, edificata
appositamente per anime disposte a farsi scorticare pur di sentire qualcosa di
vero.
Il Verdetto: L'epitaffio della nostra civiltà meccanizzata. Un
disco tragicamente gotico, un miracoloso equilibrio tra il furore del noise e
la malinconia di un folk medievale. Se non sentite la vostra anima tremare
davanti a questo rito di peccato e redenzione, allora siete già morti e non vi
siete ancora accorti di essere all'inferno. Quattro croci di ferro conficcate a
tradimento nel cuore luminoso dell'altare. Gloria agli Swans, menestrelli neri
della nostra desolazione. Amen.
Ascolta anche: SWANS - White Light From the Mouth of Infinity (Young God, 1991)
"Following the footsteps
Of a rag doll dance
We are entranced
Spellbound" Spellbound
Fratelli, peccatori, figli della notte: dimenticate
la luce del sole e la logica del giorno. Juju è l'incantesimo che trasforma la Londra post-punk
in una una danza macabra, elevando l’inquietudine a forma d’arte spietata. Non sono più i
tempi delle urla disordinate; qui i Banshees sono diventati i padroni di un
sortilegio onirico e tormentato, dove ogni nota è un chiodo piantato in una
bambola voodoo.
È tra queste spirali di suono che il carisma di Siouxsie Sioux si fa divinità. Mentre
la società recita preghiere vuote per esorcizzare il domani, Siouxsie si erge come una sacerdotessa imperiosa,
insegnandoci che la vera libertà si trova nel cuore dell'abisso. Il suo canto è
un richiamo aspro che scivola tra i climi mediorientali di “Arabian Knights” e la ferocia di “Spellbound”,
quel capolavoro di misticismo oscuro che ha iniettato il virus etnico nelle vene
della neonata sottocultura gotica.
Il rito si fa ancora più profondo nei solchi di “Night Shift”, un vero inno per anime che conoscono il peso del silenzio eterno, mentre la tensione raggiunge picchi insostenibili nella freddezza meccanica di “Monitor”o nella possessione finale della spettrale “Voodoo Dolly”.
Al fianco della Regina Nera, John
McGeoch disegna turbini psichedelici con la precisione di un chirurgo folle, la batteria di Budgie evoca figure ancestrali con ritmi terrificanti, mentre Steve Severin traccia linee di basso che sembrano il respiro pesante di un predatore nell'ombra. Non è solo musica dark; è un delirio lucido che trascina l'immaginazione in un labirinto di visioni esoteriche e distorsioni ipnotiche.
Il Verdetto: Il disco che ha dato un’anima e un ritmo al popolo del
Batcave, dimostrando che si
può scalare la classifica inglese senza smettere di corteggiare il diavolo. Se ascoltando Voodoo Dolly non sentite i fili del destino che si stringono attorno ai vostri polsi, siete già feticci inermi, prigionieri di un'esistenza che ha dimenticato il brivido dell'ignoto. Amen.
Ascolta anche: SIOUXSIE AND THE BANSHEES - Kaleidoscope (Polydor, 1980)